Vorrei tanto fare questo, mi piacerebbe tanto fare questo, ma non posso, anzi non devo.
Me l’ha detto Google Analytics.

Ogni mattina vengo preso dal furor creandi, mi dirigo verso il mio computer, rifletto sulla mia nuova creatura ancora in fase di concepimento…e no, proprio non ce la faccio.

Google Analytics è diventato il mio preservativo virtuale contro la generazione folle di progetti, siti e infoprodotti altrettanto folli (se mi sentisse Steve Jobs in questo momento non mi ammetterebbe più al suo Paradiso degli affamati e folli).

E’ una forza di causa maggiore, uno scoglio contro cui si infrangono le onde dei miei sogni.

E’ il Muro di Berlino digitale che separa la mia creatività da ciò che probabilmente funzionerà.

Forse, perché anche a ragionare per mezzo dei dati non è detto che il percorso sia più breve o più facile.

Eppure ogni volta mi convince che ha ragione lui.

Lui non si lascia andare ai sentimentalismi, nessun attaccamento terreno nè spirituale.

Buddha sarebbe fiero di lui.

E ogni volta ha sempre dannatamente ragione.

Del resto se ci sono n visitatori al mio sito, e una grossa percentuale arriva sempre sul mio stesso articolo, allora vuole dire che quell’articolo funziona, e che se voglio più visitatori allora mi conviene scrivere più articoli di quel tipo.

Un ragionamento che non fa una grinza.

Freddo e calcolato come solo una macchina può essere…almeno fino a quando non doteranno anche lei di emozioni e sentimenti.

Poco importa che quell’altro articolo, così innovatore, un po’ sopra le righe, porti reale valore e cambiamento all’argomento trattato: è un articolo solitario, non merita di essere preso in considerazione.

E così il mio sito si riempie di figli legittimi, figli dimenticati e orfani, figli non riconosciuti, di quelli che addirittura vai dal webmaster e gli chiedi di rimuovere quel link al tuo sito.

Perché a Google da fastidio.

Che motore di ricerca permaloso!

Fino a che punto la ricerca dei grandi dati sta influenzando i nostri comportamenti e i nostri gusti al punto tale da modificare anche la nostra percezione della creatività?

Non è creativo ciò che è creativo, ma è creativo ciò che è visibile (e possibilmente virale).

Chissà cosa direbbe Seth Godin di tutto questo, con le sue teorie sulla mucca viola e che su questa Terra siamo tutti folli?

Finché non guardiamo la nostra manciata di dati, elemento salvifico delle nostre povere vite digitali.

Quando la nostra attenzione per i dati ci aiuta a costruire un Mondo migliore, e quando uccide quella creatività, quella spregiudicatezza che ha permesso all’Essere Umano di arrivare sino a qui…anche a creare questo Google?

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