Il dispositivo maranza
Genealogia, cornice teorica e architettura psichica di un nemico pubblico contemporaneo. Dal labelling effect classico all'amplificazione algoritmica, passando per il lavoro sul repertorio narrativo come pratica clinica e pedagogica di igiene identitaria.
Abstract esecutivo
L'emergere del termine maranza nella stampa italiana a partire dal 2022 non è un fenomeno linguistico isolato, è la riconfigurazione di un dispositivo ricorrente di costruzione del nemico pubblico, già descritto da Cohen (1972), Hall et al. (1978) e Maneri/Dal Lago (1998). Rispetto alle istanze precedenti, il termine consente di razzializzare cittadini italiani di seconda e terza generazione attraverso una categoria estetico-culturale anziché giuridico-amministrativa, aggirando il vuoto operativo lasciato dalla categoria extracomunitario.
A livello psichico, il dispositivo opera attraverso un labelling effect amplificato: la classica devianza secondaria di Lemert si combina con stereotype threat (Steele), narrative foreclosure (McAdams, Ricoeur) e feedback algoritmico delle piattaforme, chiudendo in pochi mesi loop identitari che storicamente richiedevano anni di mediazioni istituzionali. La risposta sostenibile è il lavoro sul repertorio narrativo dell'adolescente, da articolare in doppia osservazione (singolo + dispositivo) e da inquadrare formalmente dentro UDL 3.0 (CAST 2024) quando il "who" del learning, l'identità come variabilità, e i bias sistemici come barriere ne sono il fondamento progettuale.
Genealogia e archeologia del termine
Per analizzare il dispositivo serve prima ricostruire la traiettoria semantica della parola. "Maranza" non è un neologismo del 2022, è una parola con quarant'anni di storia che ha subito uno slittamento decisivo proprio nel momento in cui le seconde generazioni iniziavano a rivendicare visibilità culturale. Il timing non è accidentale.
Etimologia incerta, traiettorie multiple
Timeline dello slittamento semantico
Perché "maranza" e non più "extracomunitario"
La sostituzione operativa di un significante
La narrazione del "ragazzo extracomunitario delinquente" non reggeva più dal punto di vista categoriale, perché molti dei ragazzi nominati come problema sono cittadini italiani di seconda o terza generazione. Extracomunitario è una categoria giuridico-amministrativa, e quando il bersaglio è formalmente cittadino, la categoria perde efficacia.
Maranza compie un'operazione di sostituzione: non è più una categoria giuridica, è una categoria estetico-culturale (trap, borsello, tute acetate, codici corporei, gergo). Permette di razzializzare cittadini italiani senza dover nominare la razza, attraverso lo stile. È più scivolosa, più performativa, e cattura sia ragazzi razzializzati sia ragazzi italiani bianchi che imitano i codici, allargando il dispositivo invece di restringerlo.
Extracomunitario
- Categoria giuridico-amministrativa
- Bersaglio: chi non ha cittadinanza UE
- Disinnescata dalle seconde generazioni
- Razzializzazione esplicita
- Linea formale del "noi"
Maranza
- Categoria estetico-culturale
- Bersaglio: chi adotta certi stili
- Cattura cittadini italiani
- Razzializzazione mascherata da stile
- Linea informale ma operativa
Cornice teorica del nemico pubblico
Il "nemico pubblico" come dispositivo mediatico-politico ha una genealogia precisa. Quattro autori, quattro tappe, una stratificazione che culmina in Maneri/Dal Lago per il caso italiano.
Stanley Cohen — Folk Devils and Moral Panics (1972)
Cohen osserva i mods e i rockers nelle località balneari inglesi degli anni Sessanta. Identifica una sequenza ricorrente che diventa il modello del panico morale.
La sequenza in cinque tempi
L'insight chiave
Il panico morale non è descrizione di un fenomeno reale ma costruzione di un'inquietudine collettiva attraverso il linguaggio. La realtà del fenomeno (incidenza, diffusione, gravità) è secondaria rispetto al lavoro discorsivo che lo trasforma in minaccia simbolica.
Stuart Hall et al. — Policing the Crisis (1978)
Hall e i Birmingham Cultural Studies fanno il salto teorico decisivo. Nel libro su mugging (Hall, Critcher, Jefferson, Clarke, Roberts 1978), il fenomeno della rapina viene mostrato come categoria importata dagli Stati Uniti e applicata ai giovani neri britannici per dare nome a un'ansia che era in realtà economica e politica.
I tre passaggi di Hall
- Conjunctural analysis: il panico morale va letto dentro la crisi specifica del compromesso socialdemocratico britannico anni Settanta. Non è un fenomeno sociale autonomo, è il sintomo di una contraddizione storica più ampia.
- Razzializzazione esplicita: il folk devil non è un capro espiatorio neutro, è un corpo razzializzato. Hall mostra che le statistiche sulla rapina sono state amplificate selettivamente per i giovani neri, e che il labelling di polizia produceva le cifre che giustificavano poi la repressione.
- Authoritarian populism: il dispositivo serve a costruire consenso a uno stato repressivo, anticipa Thatcher. Si ottiene "consent through race", consenso attraverso la razza.
Marcello Maneri & Alessandro Dal Lago
Per il caso italiano la lettura più solida del dispositivo è quella di Marcello Maneri e Alessandro Dal Lago (Non-persone. L'esclusione dei migranti in una società globale, Feltrinelli 1999, e successive elaborazioni di Maneri in particolare).
Il dispositivo italiano
Maneri mostra che gli immigrati funzionano come folk devil "molto adatto": quando vengono qualificati come nemico pubblico, i politici entrano in scena come principali imprenditori morali, e il discorso sulla sicurezza ha la funzione di rivitalizzare la relazione tra politici ed elettori in un sistema partitico in crisi di legittimazione.
Il dato controintuitivo
Maneri aggiunge una dimostrazione cruciale: in Italia gli indicatori statistici sull'insicurezza percepita non corrispondono a un aumento reale della criminalità. Il discorso pubblico ha trasformato un'insicurezza multiforme (economica, esistenziale, identitaria) in una più precisa "paura della strada" focalizzata sul migrante. È costruzione simbolica dell'inquietudine, non risposta a un dato.
Continuità storica del dispositivo
Pietro Saitta (Violenta speranza, Ombre Corte 2023) documenta la sostanziale identità lessicale del discorso pubblico mediatico italiano dagli anni Sessanta in poi: cappelloni, beat, drogati, discotecari, ultras, e oggi maranza. Cambia il bersaglio, resta il dispositivo. La parola maranza è solo l'ultimo significante in una catena che il giornalismo italiano sa attivare automaticamente.
Carl Schmitt — La distinzione amico/nemico
C'è uno strato teorico più profondo, raramente nominato nella letteratura sui panici morali, che secondo me illumina il fenomeno: la distinzione amico/nemico di Carl Schmitt (Der Begriff des Politischen, 1932).
Schmitt sosteneva che la sostanza del politico è la capacità di tracciare la linea fra chi appartiene e chi no. Il nemico pubblico mediatico è una versione degradata di quel meccanismo: non serve a un'identificazione politica forte, serve a tenere insieme una collettività debole attraverso la designazione continua di un altro da cui difendersi.
Perché funziona nelle società post-ideologiche
Dove non c'è più un "noi" sostantivo, costruito da un progetto positivo condiviso, resta solo il "non-loro". L'identità collettiva si costruisce per esclusione invece che per inclusione. Il dispositivo del nemico pubblico è particolarmente efficace nelle democrazie post-ideologiche perché supplisce a una mancanza identitaria strutturale, e per questo non si esaurisce mai con la vittoria sul bersaglio specifico: quando il bersaglio scompare, ne viene immediatamente nominato un altro.
Operatività del dispositivo nel caso maranza
Federico Boni (sociolinguista, intervistato da Fanpage e citato in Facta) sintetizza l'operazione retorica in atto: la narrazione politica e mediatica sui maranza ha l'effetto di creare panico e di individuare un nemico pubblico. Boni aggiunge un'osservazione che vale la pena rilanciare: il maranza è un nemico pubblico "perfetto" perché si propone già come tale.
Differenza dai folk devil classici: l'identificazione riflessiva
Il giovane mod degli anni Sessanta non si identificava col proprio stigma, ne era vittima. Il maranza invece si identifica nell'etichetta che gli è stata affibbiata, ne fa una questione d'onore, in modo simile alla riappropriazione del termine "Nigga" tra i neri statunitensi. Qui c'è un meccanismo riflessivo che cambia tutto: la stigmatizzazione produce identificazione, l'identificazione conferma lo stigma, e il dispositivo si autoalimenta in modo molto più efficiente di quanto facessero i panici morali del Novecento.
Boni segnala anche una differenza specifica rispetto a sottoculture giovanili precedenti: il punk poteva essere assorbito perché restava dentro la linea bianca della cittadinanza. Il maranza no, perché la linea che incarna è razziale prima che generazionale. La differenza che produce panico è la stessa differenza che impedisce il riassorbimento normalizzante.
Diversione politica esplicita
Antonio Cancellato su Fanpage osserva l'uso retorico esplicito a Atreju: Meloni che parla di "repubblica delle banane" per denunciare la presunta impunità dei maranza, Salvini che li definisce "rompicoglioni". Cancellato legge l'operazione come diversione classica: tre "nemici freschi" (Islam, maranza, giudici) per riempire le pagine dei giornali ed evitare che si parli di economia, caro vita, sanità, pressione fiscale. È Hall 1978 quasi parola per parola, traslato di mezzo secolo e di un Mediterraneo. Esiste un parallelo francese: la "racaille" denunciata da Sarkozy ai tempi delle rivolte nelle banlieue.
Trasversalità politica del dispositivo
La Fondazione Feltrinelli sottolinea (Seroussi 2025 e analisi correlate) che sarebbe riduttivo ricondurre tutta la narrazione mediatica sui maranza alla destra più conservatrice. Esistono elementi trasversali: anche a sinistra si moltiplicano narrazioni deumanizzanti verso le comunità razzializzate. Il dispositivo cattura più ampiamente di quanto la cornice "destra cattiva contro vittime" lasci pensare. Per chi lavora nelle istituzioni educative, questo è un punto scomodo: il discorso "maranza" può circolare anche in sale professori che si percepiscono come progressiste.
Architettura del dispositivo specifico maranza
Cosa rende il dispositivo maranza diverso dai suoi predecessori? Quattro elementi strutturali ne spiegano l'efficacia e la persistenza.
Labelling effect amplificato
Dalla sociologia dell'etichettamento di Becker e Lemert ai tre meccanismi contemporanei che amplificano il dispositivo classico. Qui il discorso si sposta dalla sociologia alla psicologia, e tocca direttamente la pratica clinica.
La radice classica: Lemert e Becker
Edwin Lemert — Devianza primaria vs secondaria (1951)
La distinzione decisiva è di Lemert, in Social Pathology (1951). Esistono due livelli che è essenziale tenere separati:
Devianza primaria
- Atto isolato, contestuale
- Spesso transitorio
- Chiunque può compierlo
- Non definisce chi è il soggetto
- Resta esperienza locale
Devianza secondaria
- Riorganizzazione dell'identità
- Traiettoria stabile
- Risposta sociale interiorizzata
- Definisce chi è il soggetto
- Diventa progetto biografico
Il salto fra i due livelli non è prodotto dall'atto, è prodotto dalla nominazione. È questo il punto teorico decisivo. La devianza secondaria nasce dalla risposta sociale, non dall'azione del soggetto.
Howard Becker — Outsiders (1963)
Becker formula la cosa nel modo più lapidario possibile, in una frase che è diventata canonica:
"Trattato con successo" è cruciale: include la risposta delle istituzioni, dei pari, dei media, e l'eventuale interiorizzazione da parte del soggetto. Il labelling è un atto performativo, e la sua efficacia dipende dalla coordinazione tra molti attori sociali.
I tre meccanismi che amplificano oggi
Il modello di Becker e Lemert resta valido ma è oggi insufficiente. Tre meccanismi si sono sovrapposti in modi che gli anni Sessanta non potevano immaginare. La loro combinazione produce un effetto qualitativo nuovo, non solo quantitativo.
Stereotype threat
Concettualizzata da Claude Steele e Joshua Aronson dagli anni Novanta, sintetizzata in Steele Whistling Vivaldi (2010). Quando un soggetto sa di appartenere a un gruppo a cui è associato uno stereotipo negativo, anche solo l'attivazione di quella consapevolezza degrada la performance, restringe la memoria di lavoro, aumenta il carico ansioso.
Non serve credere allo stereotipo, basta sapere che esiste e che gli altri potrebbero applicarlo. Il dispositivo lavora sotto la soglia della convinzione, agisce sulla cognizione e sul corpo. Per un ragazzo razzializzato che entra in classe sapendo che esiste un significante "maranza" pronto a essere applicato, la sola disponibilità del significante consuma risorse cognitive ed emotive che gli servirebbero per studiare, relazionarsi, immaginarsi diversamente.
Le conseguenze documentate empiricamente includono: riduzione delle prestazioni in compiti cognitivamente impegnativi, aumento dei marcatori fisiologici di stress (cortisolo, frequenza cardiaca), riduzione della disponibilità ad assumere ruoli di leadership, evitamento dei domini in cui lo stereotipo è attivo. È un fenomeno robusto attraverso decenni di replicazioni.
Narrative foreclosure (chiusura narrativa anticipata)
Concetto sviluppato dalla teoria dell'identità narrativa, in particolare da Dan McAdams (The Stories We Live By, 1993) e Paul Ricoeur (Soi-même comme un autre, 1990). Noi diventiamo le storie che possiamo raccontarci su noi stessi, e quelle storie sono fatte con i materiali che la cultura ci mette a disposizione.
Se per un ragazzo le narrazioni disponibili su "uno come te" sono povere e omogenee (delinquente, fallito, integrato a metà, eccezione che conferma la regola), il repertorio di sé immaginabile si restringe. Non è una profezia che si autoavvera in senso meccanico, è qualcosa di più sottile: certe traiettorie semplicemente non si presentano più all'orizzonte come possibili.
Per la pratica clinica, il segnale rivelatore è quel momento in cui il paziente dice "no, quello non fa per me" e l'operatore sente che non è una valutazione realistica ma un confine introiettato. La cultura del nemico pubblico produce industrialmente quel tipo di confini, su scala demografica. Non è un problema individuale, è un problema di ecologia narrativa.
Feedback algoritmico
Questo è il meccanismo specificamente del nostro tempo, ed è quello che cambia di natura il labelling. La devianza secondaria di Lemert si organizzava attraverso istituzioni lente (scuola, polizia, quartiere, famiglia). Oggi si organizza anche attraverso TikTok, YouTube, Instagram, che funzionano come specchi accelerati.
Un ragazzo etichettato come maranza riceve dalla piattaforma contenuti che confermano ed estetizzano l'etichetta. Costruisce un sé performativo che genera engagement. L'engagement è una droga affettiva potente per un'identità adolescenziale in formazione. Il loop label → identità → performance, che nel modello classico richiedeva anni e mediazioni istituzionali, oggi può chiudersi in pochi mesi.
La compressione temporale è il punto critico. In sei mesi un adolescente può percorrere l'intera traiettoria che, nel Novecento, richiedeva anni di mediazione attraverso scuola e quartiere. La conseguenza è che le finestre di intervento clinico-pedagogico si restringono, e che il momento "intercettabile" della costruzione identitaria si sposta sempre più precocemente.
Combinazione e sinergia
Effetto cumulativo dei tre meccanismi
I tre meccanismi non agiscono in modo sommativo ma sinergico. La stereotype threat consuma le risorse cognitive che servirebbero per immaginare alternative. La narrative foreclosure riduce il repertorio di alternative immaginabili. Il feedback algoritmico amplifica l'unico repertorio rimasto. Insieme producono un collassamento del molteplice nell'unico che è qualitativamente più potente del labelling classico.
Per la clinica e la pedagogia significa che l'intervento sul singolo livello (per esempio solo sul piano cognitivo, o solo su quello culturale) tende a essere insufficiente. Servono approcci che lavorino contemporaneamente su risorse cognitive, repertorio narrativo e agency rispetto al feedback algoritmico.
Lavorare sul repertorio narrativo
La risposta sostenibile al labelling amplificato non è la contro-narrazione né la riappropriazione pura, è il lavoro sul repertorio narrativo dell'adolescente. Vediamo cosa significa operativamente.
Definizione operativa
Per repertorio narrativo si intende l'insieme di storie su di sé che un soggetto ha a disposizione per dare senso a quello che gli accade e per immaginare quello che gli accadrà. Non è sinonimo di "identità", è qualcosa di più granulare: sono i frammenti di storia, le scene ricorrenti, le figure di sé che il ragazzo abita in momenti diversi e in contesti diversi.
McAdams direbbe che l'identità adulta integra questi frammenti in una life story coerente, ma in adolescenza il repertorio è ancora plurale, fluido, in negoziazione. È il momento in cui la struttura non si è ancora cristallizzata, e per questo è anche il momento in cui un'etichetta esterna può fare più danni se trova un repertorio impoverito, ma anche il momento in cui un intervento sul repertorio può fare più differenza.
Tre stati nel rapporto fra ragazzo ed etichetta
Etichetta esterna ma non interiorizzata
Il ragazzo subisce l'etichetta, la riconosce come ingiusta o stupida, la respinge, ne è ferito ma non si identifica con essa. Si riconosce ancora come qualcosa di diverso rispetto al modo in cui viene nominato.
Segnali clinici
- Reazioni di rabbia o ritiro al sentire il termine
- Capacità di nominare il torto subito
- Repertorio narrativo ancora plurale
- Disponibilità a esplorare altre identificazioni
Spazio di intervento
Massimo. Il lavoro sul repertorio è qui ancora preventivo e può essere fatto da molti adulti significativi: insegnanti curricolari, di sostegno, allenatori, fratelli maggiori, tutor. È terreno principalmente pedagogico, prima che clinico.
Posizione ambivalente, sperimentale
Il ragazzo comincia a flirtare con l'etichetta come postura possibile. La prova come si prova un vestito, la usa fra pari per testare cosa succede. Oscilla tra rifiuto e appropriazione, e l'oscillazione stessa è informativa.
Segnali clinici
- Uso ironico o autoironico del termine
- Sperimentazione di codici estetici
- Doppia presentazione di sé (a casa diverso che fuori)
- Ricerca di gruppi di appartenenza dove l'etichetta è bandiera
Spazio di intervento
Ancora alto, ma più sottile. Non si tratta più di prevenire l'introiezione, si tratta di tenere aperti spazi laterali in cui altre storie possano essere agite. La sospensione della nominazione precoce da parte degli adulti è qui particolarmente importante: fissare l'etichetta in questo stato significa accelerare la transizione allo stato 3.
Etichetta come inquadratura primaria
L'etichetta è diventata il filtro attraverso cui anche le altre storie del repertorio vengono riletti ("anche quella volta che giocavo bene a calcio in fondo era perché siamo aggressivi noi maranza"). Il repertorio si è collassato nell'unico, e tutto viene interpretato dentro la cornice dell'etichetta.
Segnali clinici
- Uso identitario stabile del termine
- Riformulazione della propria storia in chiave coerente con l'etichetta
- Difficoltà a immaginare altre traiettorie biografiche
- Investimento performativo nella postura sui social
Spazio di intervento
Più stretto, ma non precluso. Cambia di natura: non si tratta più di tenere aperto, si tratta di riaprire. Questo è già un lavoro più clinico in senso stretto, e richiede competenze specifiche di terapia narrativa, di lavoro sul Sé multiplo (Bromberg), e spesso di un setting protetto in cui possano emergere storie alternative non disponibili negli ambienti ordinari del ragazzo.
Importante: questi tre stati non sono tappe di una scala progressiva irreversibile, sono posizioni in cui un ragazzo può oscillare anche nella stessa settimana. La transizione non è lineare, e i lavori di intervento devono tenere conto di questa fluidità.
I cinque gesti operativi
Postilla critica: il rischio individualizzante
Doppia osservazione necessaria
Il lavoro sul repertorio narrativo può scivolare in una versione ipocrita: "vediamo oltre l'etichetta", "ognuno è una persona unica", "le storie non sono un destino". Tutto vero in linea di principio, ma se non si nomina anche il dispositivo che produce l'etichetta, il lavoro sul singolo diventa un'operazione individualizzante che lascia intatta la struttura.
Si "salva" il ragazzo che si incontra, e si lascia indisturbato il sistema che lo etichetta. Per dirla in termini più crudi: non si fa equità lavorando solo sul caso. La domanda "e anche" sul singolo ragazzo è necessaria ma deve coesistere con la domanda "come mai" a livello di sistema, altrimenti diventa una forma sofisticata di buonismo neoliberale.
La postura sostenibile è quella della doppia osservazione: in stanza con il ragazzo si fa lavoro di repertorio; in sala docenti, in formazione, in scrittura pubblica, si nomina il dispositivo. I due livelli si sostengono solo se restano entrambi presenti. Per chi lavora a cavallo di clinica e scuola questa è la posizione operativa più produttiva.
UDL 3.0 come framework operativo
Universal Design for Learning versione 3.0 (CAST 2024) non è un cappello inclusivo da mettere sul discorso del labelling, è quasi la sua grammatica formale. La versione 3.0 è esattamente quella che rende la connessione possibile, perché aggiunge dimensioni che la 2.2 lasciava implicite o assenti.
Il salto teorico della 3.0
UDL 2.2 (CAST 2018)
- Goal: expert learner come endpoint
- Why / What / How dimensions
- "Recruiting Interest"
- Bias menzionati di sfuggita
- Educator-centered language
UDL 3.0 (CAST 2024)
- Goal: learner agency come traiettoria
- Why / What / How / WHO dimensions
- "Welcoming Interests & Identities"
- Bias sistemici come barriere formali
- Learner-centered language
I cinque punti di contatto
Il rischio: UDL come glassa
Anti-pattern progettuale
C'è un modo sbagliato di fare questa connessione, ed è proprio il rischio che corre la divulgazione UDL in Italia. Si può prendere il framework e usarlo come glassa inclusiva su una pratica che resta sostanzialmente medicalizzante e individualizzante: si parla di "variabilità", "identità", "bias", e poi nei fatti si lavora solo sul singolo studente con BES, lasciando intatta la struttura culturale che produce le barriere.
Questo è UDL ridotto a buonismo metodologico, ed è una scocciatura perché toglie al framework il suo morso strutturale. La versione 3.0, con l'esplicitamento dei bias sistemici come barriere, rende quella riduzione più difficile da praticare in buona fede. Se il bias istituzionale è formalmente una barriera, allora la classe e la scuola devono interrogare anche le proprie pratiche di nominazione, non solo accomodare le difficoltà del ragazzo.
Implicazioni operative per i professionisti
Sintesi pragmatica delle implicazioni per chi lavora a cavallo di clinica, scuola, formazione, e ricerca. Non checklist da spuntare, ma posture operative da incorporare.
Per il clinico
Per il docente
Per il formatore
Per il ricercatore
La postura sintetica: doppia osservazione
Tutto quanto sopra si tiene insieme se l'operatore tiene insieme due livelli di osservazione e intervento. Il livello del singolo (clinico, didattico, relazionale) e il livello del dispositivo (culturale, mediatico, istituzionale). Lavorare solo sul primo è individualizzante e finisce per legittimare la struttura. Lavorare solo sul secondo è astratto e non aiuta i ragazzi concreti. La postura produttiva è l'oscillazione consapevole tra i due, e la capacità di rendere ciascun livello visibile all'altro nei momenti opportuni.
Glossario tecnico
Tutti i termini tecnici utilizzati nella dashboard, con definizione operativa e applicazione nella pratica clinico-pedagogica. Ricerca disponibile.
Folk devil
Moral panic (panico morale)
Moral entrepreneur
Labelling theory
Devianza primaria
Devianza secondaria
Stereotype threat
Narrative foreclosure
Repertorio narrativo
Feedback algoritmico
UDL — Universal Design for Learning
Learner agency
"Who" of learning
Welcoming Interests & Identities (Guideline 7)
Bias sistemici come barriere
Doppia osservazione
Igiene narrativa
Conjunctural analysis
Distinzione amico/nemico (Schmitt)
Sé multipli (Bromberg)
Razzializzazione
ADA — Autonomia Digitale Assistita
Riferimenti bibliografici e fonti
Fonti primarie e secondarie utilizzate per la dashboard, organizzate per area tematica.
- BOOK Becker, H. S. (1963). Outsiders: Studies in the Sociology of Deviance. New York: The Free Press. [Trad. it.: Outsiders, EGA, 1987]
- BOOK Cohen, S. (1972). Folk Devils and Moral Panics: The Creation of the Mods and Rockers. London: MacGibbon & Kee.
- BOOK Hall, S., Critcher, C., Jefferson, T., Clarke, J., & Roberts, B. (1978). Policing the Crisis: Mugging, the State and Law and Order. London: Macmillan.
- BOOK Lemert, E. M. (1951). Social Pathology: A Systematic Approach to the Theory of Sociopathic Behavior. New York: McGraw-Hill.
- BOOK Schmitt, C. (1932). Der Begriff des Politischen. München: Duncker & Humblot. [Trad. it.: Le categorie del «politico», Il Mulino]
- BOOK Dal Lago, A. (1999). Non-persone. L'esclusione dei migranti in una società globale. Milano: Feltrinelli.
- BOOK Saitta, P. (2023). Violenta speranza. Trap e riproduzione del "panico morale" in Italia. Verona: Ombre Corte.
- BOOK Seroussi, G. (2025). La periferia vi guarda con odio. Come nasce la fobia dei maranza. Milano: Agenzia X.
- ARTICLE Banfi, E. (1992). Studi sull'italiano regionale e gergo giovanile, contributi vari.
- ARTICLE Coveri, L. (1993). Studi sociolinguistici sul linguaggio giovanile italiano.
- ARTICLE Maneri, M. Vari contributi sull'analisi del discorso pubblico sull'immigrazione e sulla costruzione mediatica della sicurezza in Italia.
- BOOK Bromberg, P. M. (1998). Standing in the Spaces: Essays on Clinical Process, Trauma, and Dissociation. Hillsdale, NJ: Analytic Press.
- BOOK McAdams, D. P. (1993). The Stories We Live By: Personal Myths and the Making of the Self. New York: Guilford Press.
- BOOK Ricoeur, P. (1990). Soi-même comme un autre. Paris: Seuil. [Trad. it.: Sé come un altro, Jaca Book]
- BOOK Steele, C. M. (2010). Whistling Vivaldi: How Stereotypes Affect Us and What We Can Do. New York: W. W. Norton & Company.
- ARTICLE Steele, C. M., & Aronson, J. (1995). Stereotype threat and the intellectual test performance of African Americans. Journal of Personality and Social Psychology, 69(5), 797-811.
- REF CAST (2024). Universal Design for Learning Guidelines version 3.0. Wakefield, MA: CAST. udlguidelines.cast.org
- REF CAST (2018). Universal Design for Learning Guidelines version 2.2. Wakefield, MA: CAST.
- ARTICLE Sasanelli, L. D. (a cura di), con Addati, G. e Gallo, V. A. Linee guida UDL versione 3.0. Traduzione italiana ufficiale.
- PRESS Accademia della Crusca. Voce "maranza" curata da Luisa di Valvasone, sezione "Parole nuove".
- PRESS Boni, F. Intervista a Fanpage (citata da Facta). Lettura sociolinguistica della costruzione del "nemico pubblico maranza".
- PRESS Cancellato, A. Articoli su Fanpage. Analisi politica della retorica anti-maranza ad Atreju.
- PRESS Codacci-Pisanelli, A. (2026). "Come la parola maranza è passata da presa in giro bonaria a insulto razzista". L'Espresso, 22 gennaio 2026.
- PRESS Pilati, F. "Maranza: engagement e sfruttamento". Doppiozero. Analisi dell'economia dell'attenzione nel fenomeno maranza.
- PRESS Cristalli, B. (2024). Voce "maranza" in Dizionario per boomer: capire le parole delle nuove generazioni. Milano: Rizzoli.
- PRESS Treccani. Voce "maranza" / "neo-maranza" nei Neologismi. Roma: Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
- PRESS Napoli Monitor. Analisi sull'estensione del termine maranza ai ragazzi italiani bianchi.
- PRESS Fondazione Feltrinelli. Analisi sulla trasversalità politica del dispositivo nella copertura mediatica italiana.