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Il dispositivo maranza

Genealogia, cornice teorica e architettura psichica di un nemico pubblico contemporaneo. Dal labelling effect classico all'amplificazione algoritmica, passando per il lavoro sul repertorio narrativo come pratica clinica e pedagogica di igiene identitaria.

Pubblico target: clinici, docenti, formatori, ricercatori Letteratura: 1951 → 2026 Ambiti: sociologia, psicologia, didattica inclusiva
1988
Prima attestazione del termine "maranza" (Jovanotti, "Il capo della banda")
2022
Slittamento semantico al significato razzializzato (Peschiera del Garda, Riccione)
3
Meccanismi che amplificano oggi il labelling effect classico
5
Gesti operativi per il lavoro sul repertorio narrativo

Abstract esecutivo

L'emergere del termine maranza nella stampa italiana a partire dal 2022 non è un fenomeno linguistico isolato, è la riconfigurazione di un dispositivo ricorrente di costruzione del nemico pubblico, già descritto da Cohen (1972), Hall et al. (1978) e Maneri/Dal Lago (1998). Rispetto alle istanze precedenti, il termine consente di razzializzare cittadini italiani di seconda e terza generazione attraverso una categoria estetico-culturale anziché giuridico-amministrativa, aggirando il vuoto operativo lasciato dalla categoria extracomunitario.

A livello psichico, il dispositivo opera attraverso un labelling effect amplificato: la classica devianza secondaria di Lemert si combina con stereotype threat (Steele), narrative foreclosure (McAdams, Ricoeur) e feedback algoritmico delle piattaforme, chiudendo in pochi mesi loop identitari che storicamente richiedevano anni di mediazioni istituzionali. La risposta sostenibile è il lavoro sul repertorio narrativo dell'adolescente, da articolare in doppia osservazione (singolo + dispositivo) e da inquadrare formalmente dentro UDL 3.0 (CAST 2024) quando il "who" del learning, l'identità come variabilità, e i bias sistemici come barriere ne sono il fondamento progettuale.

SEZIONE 01

Genealogia e archeologia del termine

Per analizzare il dispositivo serve prima ricostruire la traiettoria semantica della parola. "Maranza" non è un neologismo del 2022, è una parola con quarant'anni di storia che ha subito uno slittamento decisivo proprio nel momento in cui le seconde generazioni iniziavano a rivendicare visibilità culturale. Il timing non è accidentale.

Etimologia incerta, traiettorie multiple

Timeline dello slittamento semantico

1988
Prima attestazione: Jovanotti, "Il capo della banda"
"Mi chiamo Jovanotti e sono in questo ambiente / di matti di maranza e di malati di mente". Il termine indica il "discotecaro trash di provincia", il tamarro classico, in una versione ancora prevalentemente ironica e legata al mondo della musica dance.
1990s — 2000s
Sopravvivenza nel gergo giovanile settentrionale
Registrato nei repertori del linguaggio giovanile (es. Forconi 1997, Ambrogio-Casalegno 2004). Significato di "tamarro, coatto", legato al lessico milanese e lombardo. La parola sembra destinata a scomparire.
2009
Prima deriva razzializzata in cronaca milanese
In alcuni articoli di cronaca milanese il termine inizia a essere usato nel significato di "marocchino", non ancora legato all'attuale uso ma già con connotazione etnica.
2019 — 2021
Riemersione attraverso TikTok e cultura trap
Il termine torna in auge nel linguaggio gergale giovanile attraverso la mediazione dei social media. Viene adottato in chiave autodefinitoria da gruppi di adolescenti che lo usano in modo ironico e identitario. Inizia il cortocircuito tra etichetta esterna e appropriazione interna.
Estate 2022
Esplosione mediatica: Peschiera del Garda e Riccione
Raduni di giovani vengono coperti dalla stampa nazionale come "fenomeno maranza", spesso con cornici di allarme criminologico. Il termine entra stabilmente nel lessico giornalistico e politico. La definizione si stabilizza intorno al "ragazzo di seconda generazione, quasi sempre maschio, di origine nordafricana, con stile e atteggiamenti riconoscibili".
2024 — 2026
Istituzionalizzazione retorica e politica
Il termine viene utilizzato dal ministro Antonio Tajani (estate 2025, dibattito ius scholae: "preferite i maranza o i ragazzi che vanno a scuola?"), dal sindaco di Milano Beppe Sala (operazione di polizia 2025), e diventa stabile nei discorsi di Atreju e nella retorica governativa. Si registra una contro-riflessione (Seroussi 2025, Saitta 2023, Espresso 2026) che documenta l'operazione di razzializzazione in atto.

Perché "maranza" e non più "extracomunitario"

La sostituzione operativa di un significante

La narrazione del "ragazzo extracomunitario delinquente" non reggeva più dal punto di vista categoriale, perché molti dei ragazzi nominati come problema sono cittadini italiani di seconda o terza generazione. Extracomunitario è una categoria giuridico-amministrativa, e quando il bersaglio è formalmente cittadino, la categoria perde efficacia.

Maranza compie un'operazione di sostituzione: non è più una categoria giuridica, è una categoria estetico-culturale (trap, borsello, tute acetate, codici corporei, gergo). Permette di razzializzare cittadini italiani senza dover nominare la razza, attraverso lo stile. È più scivolosa, più performativa, e cattura sia ragazzi razzializzati sia ragazzi italiani bianchi che imitano i codici, allargando il dispositivo invece di restringerlo.

Extracomunitario

  • Categoria giuridico-amministrativa
  • Bersaglio: chi non ha cittadinanza UE
  • Disinnescata dalle seconde generazioni
  • Razzializzazione esplicita
  • Linea formale del "noi"

Maranza

  • Categoria estetico-culturale
  • Bersaglio: chi adotta certi stili
  • Cattura cittadini italiani
  • Razzializzazione mascherata da stile
  • Linea informale ma operativa
SEZIONE 02

Cornice teorica del nemico pubblico

Il "nemico pubblico" come dispositivo mediatico-politico ha una genealogia precisa. Quattro autori, quattro tappe, una stratificazione che culmina in Maneri/Dal Lago per il caso italiano.

Stanley Cohen — Folk Devils and Moral Panics (1972)

Cohen osserva i mods e i rockers nelle località balneari inglesi degli anni Sessanta. Identifica una sequenza ricorrente che diventa il modello del panico morale.

La sequenza in cinque tempi

[01]
Evento devianza
Un atto isolato, contestuale, spesso transitorio
[02]
Amplificazione mediatica
Cornici drammatizzanti, cifre allarmanti
[03]
Folk devil
Costruzione di una figura stereotipata
[04]
Moral entrepreneurs
Politici, opinionisti, esperti reclamano interventi
[05]
Riattivazione
Il dispositivo resta pronto per il prossimo bersaglio

L'insight chiave

Il panico morale non è descrizione di un fenomeno reale ma costruzione di un'inquietudine collettiva attraverso il linguaggio. La realtà del fenomeno (incidenza, diffusione, gravità) è secondaria rispetto al lavoro discorsivo che lo trasforma in minaccia simbolica.

Stuart Hall et al. — Policing the Crisis (1978)

Hall e i Birmingham Cultural Studies fanno il salto teorico decisivo. Nel libro su mugging (Hall, Critcher, Jefferson, Clarke, Roberts 1978), il fenomeno della rapina viene mostrato come categoria importata dagli Stati Uniti e applicata ai giovani neri britannici per dare nome a un'ansia che era in realtà economica e politica.

I tre passaggi di Hall

  • Conjunctural analysis: il panico morale va letto dentro la crisi specifica del compromesso socialdemocratico britannico anni Settanta. Non è un fenomeno sociale autonomo, è il sintomo di una contraddizione storica più ampia.
  • Razzializzazione esplicita: il folk devil non è un capro espiatorio neutro, è un corpo razzializzato. Hall mostra che le statistiche sulla rapina sono state amplificate selettivamente per i giovani neri, e che il labelling di polizia produceva le cifre che giustificavano poi la repressione.
  • Authoritarian populism: il dispositivo serve a costruire consenso a uno stato repressivo, anticipa Thatcher. Si ottiene "consent through race", consenso attraverso la razza.
Black youths out of control — questo era il titolo. Capitalism in crisis — questo era il problema reale. Il primo titolo serviva a non dover affrontare il secondo. Sintesi della tesi di Policing the Crisis

Marcello Maneri & Alessandro Dal Lago

Per il caso italiano la lettura più solida del dispositivo è quella di Marcello Maneri e Alessandro Dal Lago (Non-persone. L'esclusione dei migranti in una società globale, Feltrinelli 1999, e successive elaborazioni di Maneri in particolare).

Il dispositivo italiano

Maneri mostra che gli immigrati funzionano come folk devil "molto adatto": quando vengono qualificati come nemico pubblico, i politici entrano in scena come principali imprenditori morali, e il discorso sulla sicurezza ha la funzione di rivitalizzare la relazione tra politici ed elettori in un sistema partitico in crisi di legittimazione.

Il dato controintuitivo

Maneri aggiunge una dimostrazione cruciale: in Italia gli indicatori statistici sull'insicurezza percepita non corrispondono a un aumento reale della criminalità. Il discorso pubblico ha trasformato un'insicurezza multiforme (economica, esistenziale, identitaria) in una più precisa "paura della strada" focalizzata sul migrante. È costruzione simbolica dell'inquietudine, non risposta a un dato.

Continuità storica del dispositivo

Pietro Saitta (Violenta speranza, Ombre Corte 2023) documenta la sostanziale identità lessicale del discorso pubblico mediatico italiano dagli anni Sessanta in poi: cappelloni, beat, drogati, discotecari, ultras, e oggi maranza. Cambia il bersaglio, resta il dispositivo. La parola maranza è solo l'ultimo significante in una catena che il giornalismo italiano sa attivare automaticamente.

Carl Schmitt — La distinzione amico/nemico

C'è uno strato teorico più profondo, raramente nominato nella letteratura sui panici morali, che secondo me illumina il fenomeno: la distinzione amico/nemico di Carl Schmitt (Der Begriff des Politischen, 1932).

Schmitt sosteneva che la sostanza del politico è la capacità di tracciare la linea fra chi appartiene e chi no. Il nemico pubblico mediatico è una versione degradata di quel meccanismo: non serve a un'identificazione politica forte, serve a tenere insieme una collettività debole attraverso la designazione continua di un altro da cui difendersi.

Perché funziona nelle società post-ideologiche

Dove non c'è più un "noi" sostantivo, costruito da un progetto positivo condiviso, resta solo il "non-loro". L'identità collettiva si costruisce per esclusione invece che per inclusione. Il dispositivo del nemico pubblico è particolarmente efficace nelle democrazie post-ideologiche perché supplisce a una mancanza identitaria strutturale, e per questo non si esaurisce mai con la vittoria sul bersaglio specifico: quando il bersaglio scompare, ne viene immediatamente nominato un altro.

Operatività del dispositivo nel caso maranza

Federico Boni (sociolinguista, intervistato da Fanpage e citato in Facta) sintetizza l'operazione retorica in atto: la narrazione politica e mediatica sui maranza ha l'effetto di creare panico e di individuare un nemico pubblico. Boni aggiunge un'osservazione che vale la pena rilanciare: il maranza è un nemico pubblico "perfetto" perché si propone già come tale.

Differenza dai folk devil classici: l'identificazione riflessiva

Il giovane mod degli anni Sessanta non si identificava col proprio stigma, ne era vittima. Il maranza invece si identifica nell'etichetta che gli è stata affibbiata, ne fa una questione d'onore, in modo simile alla riappropriazione del termine "Nigga" tra i neri statunitensi. Qui c'è un meccanismo riflessivo che cambia tutto: la stigmatizzazione produce identificazione, l'identificazione conferma lo stigma, e il dispositivo si autoalimenta in modo molto più efficiente di quanto facessero i panici morali del Novecento.

Boni segnala anche una differenza specifica rispetto a sottoculture giovanili precedenti: il punk poteva essere assorbito perché restava dentro la linea bianca della cittadinanza. Il maranza no, perché la linea che incarna è razziale prima che generazionale. La differenza che produce panico è la stessa differenza che impedisce il riassorbimento normalizzante.

Diversione politica esplicita

Antonio Cancellato su Fanpage osserva l'uso retorico esplicito a Atreju: Meloni che parla di "repubblica delle banane" per denunciare la presunta impunità dei maranza, Salvini che li definisce "rompicoglioni". Cancellato legge l'operazione come diversione classica: tre "nemici freschi" (Islam, maranza, giudici) per riempire le pagine dei giornali ed evitare che si parli di economia, caro vita, sanità, pressione fiscale. È Hall 1978 quasi parola per parola, traslato di mezzo secolo e di un Mediterraneo. Esiste un parallelo francese: la "racaille" denunciata da Sarkozy ai tempi delle rivolte nelle banlieue.

Trasversalità politica del dispositivo

La Fondazione Feltrinelli sottolinea (Seroussi 2025 e analisi correlate) che sarebbe riduttivo ricondurre tutta la narrazione mediatica sui maranza alla destra più conservatrice. Esistono elementi trasversali: anche a sinistra si moltiplicano narrazioni deumanizzanti verso le comunità razzializzate. Il dispositivo cattura più ampiamente di quanto la cornice "destra cattiva contro vittime" lasci pensare. Per chi lavora nelle istituzioni educative, questo è un punto scomodo: il discorso "maranza" può circolare anche in sale professori che si percepiscono come progressiste.

SEZIONE 03

Architettura del dispositivo specifico maranza

Cosa rende il dispositivo maranza diverso dai suoi predecessori? Quattro elementi strutturali ne spiegano l'efficacia e la persistenza.

SEZIONE 04

Labelling effect amplificato

Dalla sociologia dell'etichettamento di Becker e Lemert ai tre meccanismi contemporanei che amplificano il dispositivo classico. Qui il discorso si sposta dalla sociologia alla psicologia, e tocca direttamente la pratica clinica.

La radice classica: Lemert e Becker

Edwin Lemert — Devianza primaria vs secondaria (1951)

La distinzione decisiva è di Lemert, in Social Pathology (1951). Esistono due livelli che è essenziale tenere separati:

Devianza primaria

  • Atto isolato, contestuale
  • Spesso transitorio
  • Chiunque può compierlo
  • Non definisce chi è il soggetto
  • Resta esperienza locale

Devianza secondaria

  • Riorganizzazione dell'identità
  • Traiettoria stabile
  • Risposta sociale interiorizzata
  • Definisce chi è il soggetto
  • Diventa progetto biografico

Il salto fra i due livelli non è prodotto dall'atto, è prodotto dalla nominazione. È questo il punto teorico decisivo. La devianza secondaria nasce dalla risposta sociale, non dall'azione del soggetto.

Howard Becker — Outsiders (1963)

Becker formula la cosa nel modo più lapidario possibile, in una frase che è diventata canonica:

Il deviante non è chi compie l'atto, è chi viene trattato con successo come tale. Howard Becker, Outsiders, 1963

"Trattato con successo" è cruciale: include la risposta delle istituzioni, dei pari, dei media, e l'eventuale interiorizzazione da parte del soggetto. Il labelling è un atto performativo, e la sua efficacia dipende dalla coordinazione tra molti attori sociali.

I tre meccanismi che amplificano oggi

Il modello di Becker e Lemert resta valido ma è oggi insufficiente. Tre meccanismi si sono sovrapposti in modi che gli anni Sessanta non potevano immaginare. La loro combinazione produce un effetto qualitativo nuovo, non solo quantitativo.

MECCANISMO 01

Stereotype threat

Concettualizzata da Claude Steele e Joshua Aronson dagli anni Novanta, sintetizzata in Steele Whistling Vivaldi (2010). Quando un soggetto sa di appartenere a un gruppo a cui è associato uno stereotipo negativo, anche solo l'attivazione di quella consapevolezza degrada la performance, restringe la memoria di lavoro, aumenta il carico ansioso.

Non serve credere allo stereotipo, basta sapere che esiste e che gli altri potrebbero applicarlo. Il dispositivo lavora sotto la soglia della convinzione, agisce sulla cognizione e sul corpo. Per un ragazzo razzializzato che entra in classe sapendo che esiste un significante "maranza" pronto a essere applicato, la sola disponibilità del significante consuma risorse cognitive ed emotive che gli servirebbero per studiare, relazionarsi, immaginarsi diversamente.

Le conseguenze documentate empiricamente includono: riduzione delle prestazioni in compiti cognitivamente impegnativi, aumento dei marcatori fisiologici di stress (cortisolo, frequenza cardiaca), riduzione della disponibilità ad assumere ruoli di leadership, evitamento dei domini in cui lo stereotipo è attivo. È un fenomeno robusto attraverso decenni di replicazioni.

MECCANISMO 02

Narrative foreclosure (chiusura narrativa anticipata)

Concetto sviluppato dalla teoria dell'identità narrativa, in particolare da Dan McAdams (The Stories We Live By, 1993) e Paul Ricoeur (Soi-même comme un autre, 1990). Noi diventiamo le storie che possiamo raccontarci su noi stessi, e quelle storie sono fatte con i materiali che la cultura ci mette a disposizione.

Se per un ragazzo le narrazioni disponibili su "uno come te" sono povere e omogenee (delinquente, fallito, integrato a metà, eccezione che conferma la regola), il repertorio di sé immaginabile si restringe. Non è una profezia che si autoavvera in senso meccanico, è qualcosa di più sottile: certe traiettorie semplicemente non si presentano più all'orizzonte come possibili.

Per la pratica clinica, il segnale rivelatore è quel momento in cui il paziente dice "no, quello non fa per me" e l'operatore sente che non è una valutazione realistica ma un confine introiettato. La cultura del nemico pubblico produce industrialmente quel tipo di confini, su scala demografica. Non è un problema individuale, è un problema di ecologia narrativa.

MECCANISMO 03

Feedback algoritmico

Questo è il meccanismo specificamente del nostro tempo, ed è quello che cambia di natura il labelling. La devianza secondaria di Lemert si organizzava attraverso istituzioni lente (scuola, polizia, quartiere, famiglia). Oggi si organizza anche attraverso TikTok, YouTube, Instagram, che funzionano come specchi accelerati.

Un ragazzo etichettato come maranza riceve dalla piattaforma contenuti che confermano ed estetizzano l'etichetta. Costruisce un sé performativo che genera engagement. L'engagement è una droga affettiva potente per un'identità adolescenziale in formazione. Il loop label → identità → performance, che nel modello classico richiedeva anni e mediazioni istituzionali, oggi può chiudersi in pochi mesi.

[T0]
Etichetta esterna
Ricevuta da media, pari, classe
[T1]
Test performativo
Primo post in postura "maranza"
[T2]
Engagement
Visualizzazioni, commenti, conferme
[T3]
Curation algoritmica
Feed satura di contenuti coerenti
[T4]
Identità performativa
L'etichetta diventa autodefinizione

La compressione temporale è il punto critico. In sei mesi un adolescente può percorrere l'intera traiettoria che, nel Novecento, richiedeva anni di mediazione attraverso scuola e quartiere. La conseguenza è che le finestre di intervento clinico-pedagogico si restringono, e che il momento "intercettabile" della costruzione identitaria si sposta sempre più precocemente.

Combinazione e sinergia

Effetto cumulativo dei tre meccanismi

I tre meccanismi non agiscono in modo sommativo ma sinergico. La stereotype threat consuma le risorse cognitive che servirebbero per immaginare alternative. La narrative foreclosure riduce il repertorio di alternative immaginabili. Il feedback algoritmico amplifica l'unico repertorio rimasto. Insieme producono un collassamento del molteplice nell'unico che è qualitativamente più potente del labelling classico.

Per la clinica e la pedagogia significa che l'intervento sul singolo livello (per esempio solo sul piano cognitivo, o solo su quello culturale) tende a essere insufficiente. Servono approcci che lavorino contemporaneamente su risorse cognitive, repertorio narrativo e agency rispetto al feedback algoritmico.

SEZIONE 05

Lavorare sul repertorio narrativo

La risposta sostenibile al labelling amplificato non è la contro-narrazione né la riappropriazione pura, è il lavoro sul repertorio narrativo dell'adolescente. Vediamo cosa significa operativamente.

Definizione operativa

Per repertorio narrativo si intende l'insieme di storie su di sé che un soggetto ha a disposizione per dare senso a quello che gli accade e per immaginare quello che gli accadrà. Non è sinonimo di "identità", è qualcosa di più granulare: sono i frammenti di storia, le scene ricorrenti, le figure di sé che il ragazzo abita in momenti diversi e in contesti diversi.

McAdams direbbe che l'identità adulta integra questi frammenti in una life story coerente, ma in adolescenza il repertorio è ancora plurale, fluido, in negoziazione. È il momento in cui la struttura non si è ancora cristallizzata, e per questo è anche il momento in cui un'etichetta esterna può fare più danni se trova un repertorio impoverito, ma anche il momento in cui un intervento sul repertorio può fare più differenza.

Tre stati nel rapporto fra ragazzo ed etichetta

Etichetta esterna ma non interiorizzata

Il ragazzo subisce l'etichetta, la riconosce come ingiusta o stupida, la respinge, ne è ferito ma non si identifica con essa. Si riconosce ancora come qualcosa di diverso rispetto al modo in cui viene nominato.

Segnali clinici

  • Reazioni di rabbia o ritiro al sentire il termine
  • Capacità di nominare il torto subito
  • Repertorio narrativo ancora plurale
  • Disponibilità a esplorare altre identificazioni

Spazio di intervento

Massimo. Il lavoro sul repertorio è qui ancora preventivo e può essere fatto da molti adulti significativi: insegnanti curricolari, di sostegno, allenatori, fratelli maggiori, tutor. È terreno principalmente pedagogico, prima che clinico.

Posizione ambivalente, sperimentale

Il ragazzo comincia a flirtare con l'etichetta come postura possibile. La prova come si prova un vestito, la usa fra pari per testare cosa succede. Oscilla tra rifiuto e appropriazione, e l'oscillazione stessa è informativa.

Segnali clinici

  • Uso ironico o autoironico del termine
  • Sperimentazione di codici estetici
  • Doppia presentazione di sé (a casa diverso che fuori)
  • Ricerca di gruppi di appartenenza dove l'etichetta è bandiera

Spazio di intervento

Ancora alto, ma più sottile. Non si tratta più di prevenire l'introiezione, si tratta di tenere aperti spazi laterali in cui altre storie possano essere agite. La sospensione della nominazione precoce da parte degli adulti è qui particolarmente importante: fissare l'etichetta in questo stato significa accelerare la transizione allo stato 3.

Etichetta come inquadratura primaria

L'etichetta è diventata il filtro attraverso cui anche le altre storie del repertorio vengono riletti ("anche quella volta che giocavo bene a calcio in fondo era perché siamo aggressivi noi maranza"). Il repertorio si è collassato nell'unico, e tutto viene interpretato dentro la cornice dell'etichetta.

Segnali clinici

  • Uso identitario stabile del termine
  • Riformulazione della propria storia in chiave coerente con l'etichetta
  • Difficoltà a immaginare altre traiettorie biografiche
  • Investimento performativo nella postura sui social

Spazio di intervento

Più stretto, ma non precluso. Cambia di natura: non si tratta più di tenere aperto, si tratta di riaprire. Questo è già un lavoro più clinico in senso stretto, e richiede competenze specifiche di terapia narrativa, di lavoro sul Sé multiplo (Bromberg), e spesso di un setting protetto in cui possano emergere storie alternative non disponibili negli ambienti ordinari del ragazzo.

Importante: questi tre stati non sono tappe di una scala progressiva irreversibile, sono posizioni in cui un ragazzo può oscillare anche nella stessa settimana. La transizione non è lineare, e i lavori di intervento devono tenere conto di questa fluidità.

I cinque gesti operativi

Postilla critica: il rischio individualizzante

Doppia osservazione necessaria

Il lavoro sul repertorio narrativo può scivolare in una versione ipocrita: "vediamo oltre l'etichetta", "ognuno è una persona unica", "le storie non sono un destino". Tutto vero in linea di principio, ma se non si nomina anche il dispositivo che produce l'etichetta, il lavoro sul singolo diventa un'operazione individualizzante che lascia intatta la struttura.

Si "salva" il ragazzo che si incontra, e si lascia indisturbato il sistema che lo etichetta. Per dirla in termini più crudi: non si fa equità lavorando solo sul caso. La domanda "e anche" sul singolo ragazzo è necessaria ma deve coesistere con la domanda "come mai" a livello di sistema, altrimenti diventa una forma sofisticata di buonismo neoliberale.

La postura sostenibile è quella della doppia osservazione: in stanza con il ragazzo si fa lavoro di repertorio; in sala docenti, in formazione, in scrittura pubblica, si nomina il dispositivo. I due livelli si sostengono solo se restano entrambi presenti. Per chi lavora a cavallo di clinica e scuola questa è la posizione operativa più produttiva.

SEZIONE 06

UDL 3.0 come framework operativo

Universal Design for Learning versione 3.0 (CAST 2024) non è un cappello inclusivo da mettere sul discorso del labelling, è quasi la sua grammatica formale. La versione 3.0 è esattamente quella che rende la connessione possibile, perché aggiunge dimensioni che la 2.2 lasciava implicite o assenti.

Il salto teorico della 3.0

UDL 2.2 (CAST 2018)

  • Goal: expert learner come endpoint
  • Why / What / How dimensions
  • "Recruiting Interest"
  • Bias menzionati di sfuggita
  • Educator-centered language

UDL 3.0 (CAST 2024)

  • Goal: learner agency come traiettoria
  • Why / What / How / WHO dimensions
  • "Welcoming Interests & Identities"
  • Bias sistemici come barriere formali
  • Learner-centered language

I cinque punti di contatto

Il rischio: UDL come glassa

Anti-pattern progettuale

C'è un modo sbagliato di fare questa connessione, ed è proprio il rischio che corre la divulgazione UDL in Italia. Si può prendere il framework e usarlo come glassa inclusiva su una pratica che resta sostanzialmente medicalizzante e individualizzante: si parla di "variabilità", "identità", "bias", e poi nei fatti si lavora solo sul singolo studente con BES, lasciando intatta la struttura culturale che produce le barriere.

Questo è UDL ridotto a buonismo metodologico, ed è una scocciatura perché toglie al framework il suo morso strutturale. La versione 3.0, con l'esplicitamento dei bias sistemici come barriere, rende quella riduzione più difficile da praticare in buona fede. Se il bias istituzionale è formalmente una barriera, allora la classe e la scuola devono interrogare anche le proprie pratiche di nominazione, non solo accomodare le difficoltà del ragazzo.

SEZIONE 07

Implicazioni operative per i professionisti

Sintesi pragmatica delle implicazioni per chi lavora a cavallo di clinica, scuola, formazione, e ricerca. Non checklist da spuntare, ma posture operative da incorporare.

Per il clinico

Esplora i tre stati (esterna / ambivalente / interiorizzata) e calibra l'intervento di conseguenza
Distingui devianza primaria (atto) da secondaria (riorganizzazione identitaria) nei colloqui
Lavora sui frammenti narrativi senza generalizzazioni prematuré ("sei generoso" è un'etichetta sostitutiva)
Usa figure ponte mirate (rapper, scrittori, testimonial reali) per allargare il dicibile
Includi nel setting una mappatura delle pressioni algoritmiche specifiche del paziente
Non leggere ogni segnale di rabbia in chiave aggressivo-comportamentale: spesso è risposta a stereotype threat

Per il docente

Sospendi il riflesso di nominazione precoce davanti a comportamenti che richiamano l'etichetta
Monitora la sala professori: il termine "maranza" usato fra colleghi è già una barriera UDL 3.0
Progetta consegne con modalità di espressione multiple (Guideline 5: Expression & Communication)
Includi figure ponte nei materiali curricolari (autori, testimoni, modelli con identità intersezionali)
Crea contesti in cui storie marginali possano essere protagoniste (lavori di gruppo riconfigurabili)
Usa rubriche di osservazione che registrino molti tipi di partecipazione, non un solo tipo "atteso"

Per il formatore

Presenta UDL 3.0 con i suoi spostamenti chiave (who, bias, agency) e non come metodologia "buona"
Lavora sulla consapevolezza linguistica: mappatura delle etichette circolanti e dei loro effetti
Inserisci la teoria del labelling come cornice obbligatoria nei moduli su BES e inclusione
Discuti esplicitamente il rischio "UDL come glassa" e le sue manifestazioni concrete
Includi alfabetizzazione algoritmica come competenza formativa per docenti e operatori

Per il ricercatore

Documenta la traiettoria semantica del termine come caso di moral panic italiano post-2020
Studia empiricamente la compressione temporale del loop label → identità nei contesti algoritmici
Indaga la sovrapposizione fra etichette razzializzanti e categorie BES nei contesti scolastici italiani
Esamina la trasversalità politica del dispositivo (presenza nei discorsi progressisti)
Mappa l'ecologia degli attori (piattaforme + media + bersagli) e le loro interdipendenze economiche

La postura sintetica: doppia osservazione

Tutto quanto sopra si tiene insieme se l'operatore tiene insieme due livelli di osservazione e intervento. Il livello del singolo (clinico, didattico, relazionale) e il livello del dispositivo (culturale, mediatico, istituzionale). Lavorare solo sul primo è individualizzante e finisce per legittimare la struttura. Lavorare solo sul secondo è astratto e non aiuta i ragazzi concreti. La postura produttiva è l'oscillazione consapevole tra i due, e la capacità di rendere ciascun livello visibile all'altro nei momenti opportuni.

SEZIONE 08

Glossario tecnico

Tutti i termini tecnici utilizzati nella dashboard, con definizione operativa e applicazione nella pratica clinico-pedagogica. Ricerca disponibile.

Folk devil

Figura stereotipata costruita dal discorso pubblico come personificazione di una minaccia sociale. Concetto introdotto da Stanley Cohen (1972). Non descrive un soggetto reale, lo costruisce attraverso la nominazione collettiva.
Applicazione: Riconoscere quando un'etichetta in classe (o nei media) funziona come folk devil aiuta a non leggerla come descrittiva ma come performativa.

Moral panic (panico morale)

Costruzione mediatica e politica di un'inquietudine collettiva intorno a un fenomeno stilizzato come minaccia ai valori sociali. Cohen 1972. Tipicamente sproporzionato rispetto al fenomeno reale che lo innesca.
Applicazione: Quando un fenomeno irrompe in modo improvviso nei media, verificare se i dati di base sono coerenti con la copertura. Spesso non lo sono.

Moral entrepreneur

Attore (politico, opinion leader, esperto, leader religioso) che si fa promotore della costruzione del panico morale, ricavando da esso capitale politico, economico, simbolico. Howard Becker e Stanley Cohen.
Applicazione: Identificare gli attori che ricavano vantaggio dalla persistenza del dispositivo aiuta a capire perché il dispositivo non si esaurisce spontaneamente.

Labelling theory

Teoria sociologica della devianza sviluppata da Edwin Lemert (1951) e Howard Becker (1963). Sostiene che la devianza non è una proprietà intrinseca degli atti ma una qualità conferita ad essi dalla risposta sociale, attraverso il processo di etichettamento.
Applicazione: Cornice teorica che permette di analizzare gli effetti performativi della nominazione nei contesti scolastici, clinici e mediatici.

Devianza primaria

Atto isolato, spesso transitorio, che chiunque può compiere senza che esso definisca chi è il soggetto. Lemert 1951. È il livello dell'azione, prima della risposta sociale che la nomina.
Applicazione: Quando un comportamento problematico emerge per la prima volta, distinguere se è devianza primaria (gestibile contestualmente) o se sta entrando in un loop secondario (richiede intervento sul repertorio).

Devianza secondaria

Riorganizzazione dell'identità del soggetto intorno alla risposta sociale a un atto deviante primario. Lemert 1951. È il livello in cui l'etichetta diventa progetto biografico, non più mero descrittore.
Applicazione: Quando un ragazzo inizia a strutturare scelte e narrazioni di sé in coerenza con un'etichetta ricevuta, è entrato nel livello secondario. Le strategie di intervento devono cambiare di conseguenza.

Stereotype threat

Effetto cognitivo-affettivo per cui la consapevolezza di appartenere a un gruppo associato a uno stereotipo negativo degrada la performance, restringe la memoria di lavoro e aumenta il carico ansioso. Concettualizzato da Claude Steele e Joshua Aronson dagli anni Novanta.
Applicazione: Spiega cali di rendimento, evitamento e ritiro che possono apparire come "scarsa motivazione" ma sono invece risposte adattive a un ambiente psicologicamente carico.

Narrative foreclosure

Chiusura anticipata del repertorio narrativo per cui certe traiettorie biografiche smettono di presentarsi come possibili al soggetto, anche se oggettivamente lo sarebbero. McAdams, Ricoeur, e ricerche correlate sull'identità narrativa.
Applicazione: Riconoscere foreclosure in formulazioni come "non fa per uno come me" è il primo passo per intervenire sul repertorio. La frase è un sintomo, non una valutazione realistica.

Repertorio narrativo

Insieme di storie su di sé che un soggetto ha a disposizione per dare senso a quello che gli accade e per immaginare quello che gli accadrà. Più granulare dell'identità: include frammenti, scene, figure di sé multipli e contestuali.
Applicazione: Concetto operativo centrale del lavoro clinico-pedagogico sull'inclusione narrativa. Più ricco e plurale è il repertorio, più resilient è l'identità adolescenziale agli attacchi del labelling.

Feedback algoritmico

Processo per cui le piattaforme social, ottimizzando per engagement, espongono il soggetto a contenuti coerenti con le sue posture iniziali, costruendo specchi accelerati che chiudono in tempi brevi loop identitari che storicamente richiedevano anni.
Applicazione: Va incluso nella valutazione clinica e nella progettazione didattica come fattore ambientale primario, non come "uso scorretto" del singolo ragazzo.

UDL — Universal Design for Learning

Framework didattico sviluppato da CAST per progettare ambienti di apprendimento accessibili alla pluralità degli apprendenti. Versione 3.0 rilasciata nel luglio 2024. Tre principi (Engagement, Representation, Action & Expression) e nove guidelines.
Applicazione: Cornice di riferimento per progettare didattica inclusiva. La 3.0 è particolarmente utile per il discorso sul labelling perché formalizza l'identità come variabilità e i bias come barriere.

Learner agency

Goal del framework UDL 3.0. Capacità dello studente di essere intenzionale e riflessivo, intraprendente e autentico, strategico e orientato all'azione. Sostituisce il goal "expert learner" della 2.2 spostando l'orizzonte da endpoint a traiettoria.
Applicazione: Concetto utile per riformulare gli obiettivi del PEI in chiave non strumentale ma capacitante. La domanda non è solo "cosa deve saper fare", ma "come può scegliere e riflettere su ciò che fa".

"Who" of learning

Quarta dimensione trasversale introdotta da UDL 3.0, accanto al why/what/how. Riguarda l'identità multipla e intersezionale degli apprendenti come variabilità progettuale.
Applicazione: Estende la progettazione didattica oltre le sole modalità cognitive, includendo identità linguistiche, culturali, biografiche, di genere, di status. È il punto di aggancio formale per il discorso sul repertorio narrativo.

Welcoming Interests & Identities (Guideline 7)

Prima guideline del principio Engagement nella UDL 3.0. Sostituisce "Recruiting Interest" della 2.2. Invita a riconoscere e accogliere la pluralità delle identità degli apprendenti come materiale progettuale.
Applicazione: Punto di accesso operativo principale per portare il lavoro sul repertorio narrativo dentro la progettazione didattica formale (PEI, programmazione, unità di apprendimento).

Bias sistemici come barriere

Spostamento concettuale di UDL 3.0 che nomina esplicitamente i bias individuali, istituzionali e sistemici come barriere all'apprendimento, alla pari delle barriere cognitive o sensoriali.
Applicazione: Autorizza formalmente la scuola a interrogare le proprie pratiche di nominazione e categorizzazione, non solo ad accomodare i singoli BES. Fondamento per la doppia osservazione.

Doppia osservazione

Postura operativa che articola interventi sul singolo (clinici, didattici, relazionali) con interventi sul dispositivo (culturali, mediatici, istituzionali). Necessaria per evitare sia l'individualizzazione che l'astrazione.
Applicazione: Per chi lavora a cavallo di clinica e scuola, è la postura operativa più produttiva. In stanza si lavora sul repertorio del singolo, in pubblico si nomina il dispositivo che produce le etichette.

Igiene narrativa

Insieme di pratiche relazionali e culturali che mantengono salienti, dicibili e vivibili le storie di sé che il dispositivo culturale tende a marginalizzare. Pratica interprofessionale che non richiede competenze esclusivamente specialistiche.
Applicazione: Concetto-cornice per i cinque gesti operativi. Va praticata in tutti i contesti dove un adulto significativo entra in relazione stabile con un adolescente.

Conjunctural analysis

Modalità di analisi sviluppata da Stuart Hall a partire da Gramsci. Legge i fenomeni sociali (panici morali compresi) dentro la specifica congiuntura storica che li produce, mostrando le contraddizioni strutturali di cui sono il sintomo.
Applicazione: Per contestualizzare il dispositivo maranza in Italia post-2020 come sintomo di contraddizioni economiche, politiche e demografiche più ampie, non come fenomeno isolato.

Distinzione amico/nemico (Schmitt)

Categoria politica fondamentale secondo Carl Schmitt: la sostanza del politico è la capacità di tracciare la linea fra chi appartiene e chi no. Il nemico pubblico mediatico è una versione degradata di questo meccanismo.
Applicazione: Aiuta a capire perché il dispositivo del nemico pubblico è particolarmente efficace nelle democrazie post-ideologiche: supplisce a una mancanza identitaria strutturale del "noi".

Sé multipli (Bromberg)

Concezione della salute psichica come capacità di abitare molti sé senza esserne sopraffatti. Philip Bromberg, Standing in the Spaces (1998). Cornice psicoanalitica relazionale congruente con il discorso sul repertorio narrativo.
Applicazione: Il labelling produce esattamente l'opposto di ciò che Bromberg considera salute: un collassamento del molteplice nell'unico. La clinica buona riapre lo spazio di pluralità.

Razzializzazione

Processo discorsivo e istituzionale attraverso cui un gruppo sociale viene costruito come "razza" attraverso pratiche di nominazione, classificazione e differenziazione, anche in assenza di marcatori biologici espliciti.
Applicazione: Il termine maranza svolge razzializzazione attraverso categorie estetico-culturali, aggirando le obiezioni che colpirebbero una razzializzazione esplicita. La negazione plausibile è parte del meccanismo.

ADA — Autonomia Digitale Assistita

Framework sviluppato per governare l'uso dell'AI e dei dispositivi digitali con studenti che hanno profili esecutivi atipici (ADHD, DSA, ASD). Estendibile come grammatica generale di igiene narrativa nell'epoca degli specchi algoritmici.
Applicazione: Cornice operativa che, estesa, può inquadrare la dimensione "feedback algoritmico" del labelling amplificato come barriera UDL 3.0 da progettare per.
SEZIONE 09

Riferimenti bibliografici e fonti

Fonti primarie e secondarie utilizzate per la dashboard, organizzate per area tematica.

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  • BOOK Cohen, S. (1972). Folk Devils and Moral Panics: The Creation of the Mods and Rockers. London: MacGibbon & Kee.
  • BOOK Hall, S., Critcher, C., Jefferson, T., Clarke, J., & Roberts, B. (1978). Policing the Crisis: Mugging, the State and Law and Order. London: Macmillan.
  • BOOK Lemert, E. M. (1951). Social Pathology: A Systematic Approach to the Theory of Sociopathic Behavior. New York: McGraw-Hill.
  • BOOK Schmitt, C. (1932). Der Begriff des Politischen. München: Duncker & Humblot. [Trad. it.: Le categorie del «politico», Il Mulino]
  • BOOK Dal Lago, A. (1999). Non-persone. L'esclusione dei migranti in una società globale. Milano: Feltrinelli.
  • BOOK Saitta, P. (2023). Violenta speranza. Trap e riproduzione del "panico morale" in Italia. Verona: Ombre Corte.
  • BOOK Seroussi, G. (2025). La periferia vi guarda con odio. Come nasce la fobia dei maranza. Milano: Agenzia X.
  • ARTICLE Banfi, E. (1992). Studi sull'italiano regionale e gergo giovanile, contributi vari.
  • ARTICLE Coveri, L. (1993). Studi sociolinguistici sul linguaggio giovanile italiano.
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  • BOOK Bromberg, P. M. (1998). Standing in the Spaces: Essays on Clinical Process, Trauma, and Dissociation. Hillsdale, NJ: Analytic Press.
  • BOOK McAdams, D. P. (1993). The Stories We Live By: Personal Myths and the Making of the Self. New York: Guilford Press.
  • BOOK Ricoeur, P. (1990). Soi-même comme un autre. Paris: Seuil. [Trad. it.: Sé come un altro, Jaca Book]
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  • PRESS Boni, F. Intervista a Fanpage (citata da Facta). Lettura sociolinguistica della costruzione del "nemico pubblico maranza".
  • PRESS Cancellato, A. Articoli su Fanpage. Analisi politica della retorica anti-maranza ad Atreju.
  • PRESS Codacci-Pisanelli, A. (2026). "Come la parola maranza è passata da presa in giro bonaria a insulto razzista". L'Espresso, 22 gennaio 2026.
  • PRESS Pilati, F. "Maranza: engagement e sfruttamento". Doppiozero. Analisi dell'economia dell'attenzione nel fenomeno maranza.
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  • PRESS Treccani. Voce "maranza" / "neo-maranza" nei Neologismi. Roma: Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
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  • PRESS Fondazione Feltrinelli. Analisi sulla trasversalità politica del dispositivo nella copertura mediatica italiana.