In questa timeline ci sono cinque momenti in cui una tecnologia ha ridefinito non solo come si fa arte, ma cosa significa fare arte — e con essa, cosa significa essere una civiltà che pensa se stessa.
Il primo è la scrittura monastica: senza i monaci amanuensi, la civiltà classica sarebbe scomparsa, e con essa le fondamenta del pensiero occidentale. Ma la copiatura era anche filtro — i monaci decidevano cosa salvare e cosa lasciare morire. La stampa a caratteri mobili di Gutenberg rompe questo monopolio: il sapere esce dai monasteri, la Riforma protestante diventa virale, nasce l'opinione pubblica. Senza Gutenberg, Lutero sarebbe stato un altro eretico bruciato.
La prospettiva lineare di Brunelleschi non è una tecnica pittorica — è una rivoluzione epistemologica. Dice che lo spazio è misurabile, che l'occhio umano è il centro della rappresentazione, che la matematica può catturare il mondo. Da qui a Galileo che punta il telescopio al cielo il passo è breve e necessario.
La fotografia costringe l'arte a reinventarsi: se la macchina cattura il reale, l'artista deve trovare qualcos'altro. Senza la fotografia, niente Impressionismo, niente Cubismo, niente astrattismo — tutta l'arte moderna nasce dalla crisi provocata da una scatola con un obiettivo.
E ora l'intelligenza artificiale pone la domanda più radicale di tutte: se una macchina può creare, cos'è la creatività? Se può scrivere, comporre, dipingere, progettare — qual è il contributo specificamente umano? Non abbiamo ancora la risposta, ma la domanda stessa è il motore di una nuova era culturale che stiamo vivendo dall'interno, senza la distanza storica per giudicarla.