CYBER — Settimana 06/07–12/07 2026
In un atto depositato il 6 luglio Meta rivela che quattro Stati chiedono 1,4 trilioni di dollari di sanzioni nel processo di agosto sul danno agli adolescenti, e costruisce la propria difesa su una frase che riguarda direttamente chi fa clinica: la ‘dipendenza da social media’ non è una condizione psichiatrica riconosciuta. Lo stesso giorno la Corte Suprema lascia in vigore la legge texana che sposta la verifica dell’età sull’app store. Il segnale della settimana: il vuoto nosologico della psicologia diventa uno scudo legale, mentre la regolazione si sposta dal contenuto all’infrastruttura.
🛡️ CYBER — Settimana 06/07–12/07 2026
TL;DR: In un atto depositato il 6 luglio Meta rivela che quattro Stati chiedono 1,4 trilioni di dollari di sanzioni nel processo di agosto sul danno agli adolescenti, e costruisce la propria difesa su una frase che riguarda direttamente chi fa clinica: la “dipendenza da social media” non è una condizione psichiatrica riconosciuta. Lo stesso giorno la Corte Suprema lascia in vigore la legge texana che sposta la verifica dell’età sull’app store. Il segnale della settimana: il vuoto nosologico della psicologia diventa uno scudo legale, mentre la regolazione si sposta dal contenuto all’infrastruttura.
🔴 Segnale forte
1,4 trilioni di dollari e una frase: “la dipendenza da social media non è una condizione psichiatrica riconosciuta”
Il 6 luglio Meta ha depositato presso la corte federale di Oakland la propria risposta sul calcolo delle sanzioni in vista del processo di agosto, e nel farlo ha reso pubblica una cifra fino a quel momento coperta: California, Colorado, Kentucky e New Jersey chiedono 1,4 trilioni di dollari di penalità, un importo che sfiora la capitalizzazione di mercato dell’azienda (circa 1,5 trilioni). Meta definisce la richiesta priva di fondamento: “una sanzione di quelle dimensioni non ha alcun precedente nella storia dell’enforcement in materia di tutela dei consumatori” (Reuters via Insurance Journal, MediaPost). Gli Stati arrivano alla cifra moltiplicando il numero stimato di adolescenti coinvolti per l’importo di sanzione previsto dalle rispettive leggi statali: è la matematica dell’illecito di massa applicata alla progettazione di un prodotto.
Ma il numero, per quanto spettacolare, non è il dato più interessante per chi lavora con i minori. Lo è la linea difensiva. Meta sostiene che gli attorney general non possono dimostrare di aver ingannato i consumatori sull’“addittività” delle piattaforme perché — testualmente — la “dipendenza da social media” non è una condizione psichiatrica accertata, e dunque affermare che i propri prodotti non creano dipendenza non può costituire una dichiarazione falsa (Insurance Journal).
Sul piano tecnico l’affermazione regge, e questo è precisamente il problema. Il DSM-5-TR non contiene una diagnosi di “dipendenza da social media”: l’Internet Gaming Disorder è confinato nella Sezione III, tra le condizioni che richiedono ulteriori studi; l’ICD-11 riconosce il gaming disorder ma non estende la categoria alle piattaforme social. Il costrutto che la ricerca usa da anni — problematic social media use, misurato con strumenti come la GSMQ-9 o la Bergen Scale — è un costrutto dimensionale, non una diagnosi. Meta non sta negando i dati: sta sfruttando il fatto che la comunità psichiatrica non ha mai voluto (o saputo) trasformarli in una categoria.
Il giudice Yvonne Gonzalez Rogers ha già respinto il mese scorso il tentativo di Meta di annullare il processo, ritenendo che restino dispute di fatto su tre punti: se le piattaforme creino dipendenza, se Meta abbia negato falsamente di averle progettate per farlo, e se le abbia “parzialmente” indirizzate ai bambini. Il processo di agosto affronterà anche le contestazioni COPPA portate da 29 Stati sulla raccolta di dati da under 13; altri 14 Stati hanno un processo separato a febbraio. Sullo sfondo, il precedente del New Mexico, dove a marzo una giuria ha riconosciuto 375 milioni di dollari, e l’accordo transattivo con cui a fine giugno YouTube ha chiuso la propria posizione (Insurance Journal, The National Desk).
Perché conta, su tre livelli. Per chi lavora con i minori: l’aula di tribunale sta diventando il luogo dove si decide lo statuto scientifico di un fenomeno che psicologi e insegnanti osservano ogni giorno senza avere un nome ufficiale per chiamarlo. L’assenza di una categoria diagnostica, nata da una prudenza epistemica legittima, viene ora usata come scudo. Per chi fa policy: se la responsabilità civile dipende dall’esistenza di una diagnosi, la regolazione basata sul danno psicologico (il duty of care uscito dal KIDS Act, come segnalato la settimana scorsa) resta strutturalmente fragile. Per i genitori: la posta in gioco non è quanto Meta pagherà, ma se qualcuno stabilirà mai che l’engagement by design è una scelta industriale di cui rispondere.
Fonti: Insurance Journal / Reuters · MediaPost · The National Desk · IBTimes UK
📡 Altri fili
La Corte Suprema sposta la verifica dell’età sull’app store: cambia il livello, non solo la regola
Lunedì 6 luglio la Corte Suprema degli Stati Uniti ha rifiutato di sospendere l’App Store Accountability Act del Texas, lasciando in vigore la decisione della corte d’appello che ne aveva consentito l’applicazione mentre prosegue il giudizio di merito (Al Jazeera / Reuters, Washington Post, KWTX). La legge obbliga gli app store a verificare l’età degli utenti: ogni account di un minore di 18 anni deve essere collegato a quello di un genitore, che va notificato della classificazione per età dell’app e deve approvare ogni download.
Il punto strutturale è il livello dell’architettura su cui si interviene. Fin qui la verifica dell’età era un obbligo della singola piattaforma (Instagram, TikTok, i siti porno). Il Texas la sposta a monte, sul cancello attraverso cui passa tutto: Apple e Google. Il ricorso era stato presentato da due studenti, da un’associazione studentesca e dalla Computer & Communications Industry Association (di cui Apple e Google fanno parte), che ha argomentato in modo netto: “Nessuno Stato ha mai chiesto ai propri cittadini di dimostrare la propria età prima di leggere un giornale, entrare in libreria o accedere a internet. La legge texana fa esattamente questo — per ogni app su ogni telefono”. Un giudice federale, bloccando la legge a dicembre, aveva usato la stessa analogia della libreria.
È lo stesso spostamento infrastrutturale che l’Europa sta perseguendo per altra via, con l’app di verifica dell’età basata su zero-knowledge proof e il portafoglio d’identità digitale, che la Commissione chiede agli Stati membri di rendere disponibili entro il 31 dicembre 2026 (Commissione europea). Due filosofie diverse (in Texas il controllo passa dal genitore, in Europa da una prova crittografica) che convergono sulla stessa conclusione: la verifica dell’età non può essere lasciata alla piattaforma che ha interesse a non farla.
Fonti: Al Jazeera / Reuters · Washington Post · KWTX · Commissione europea
Sei funzioni di sicurezza su dieci non funzionano: la rassicurazione come prodotto
Mentre i tribunali discutono di sanzioni, una ricerca condotta da Heat Initiative e Cybersafety Research Center con ricercatori della New York University e della Northeastern University ha testato empiricamente 86 funzioni di sicurezza per minori su Instagram, Snapchat, TikTok e YouTube. Ne funzionano 35. Le altre 51 falliscono, in media circa il 60% (Northeastern Global News, Engadget).
I dettagli sono più eloquenti della percentuale. Su Snapchat un account adulto è riuscito a “cercare, trovare e poi messaggiare un account bambino senza alcuna restrizione”. A un account teen TikTok suggeriva ricerche legate all’anoressia. Molti filtri si basano su liste di termini bloccati: bastava un errore di ortografia deliberato per aggirarli. Funzionano invece alcune misure strutturali e non semantiche: l’account privato di default per i teen su Instagram, la modalità di sola lettura per gli under 13 di TikTok.
La lezione è metodologica e va detta senza giri di parole a genitori e insegnanti: il parental control comunicato non coincide con il parental control funzionante. Una funzione di sicurezza che fallisce è peggio di una funzione assente, perché produce una rassicurazione che sostituisce la vigilanza. Nella pratica, questo significa che l’attivazione dei controlli non chiude una conversazione educativa in famiglia: la apre.
Fonti: Northeastern Global News · Engadget · TechXplore
I divieti sui social non toccano i chatbot: il buco nel disegno
Un’analisi di CNBC del 10 luglio mette il dito su una contraddizione che attraversa tutta l’ondata regolatoria: i divieti sui social media mancano il pezzo che sta crescendo più in fretta (CNBC). Il Regno Unito ha annunciato a giugno il blocco delle piattaforme user-to-user per gli under 16 (in Parlamento entro Natale, in vigore dalla primavera 2027) e ha incluso il divieto di chatbot AI sessualizzati per gli under 18 (GOV.UK, Wilson Sonsini). Ma il chatbot che un quindicenne usa alle due di notte per parlare di sé non è sessualizzato: è empatico, disponibile, infinitamente paziente. E resta fuori dal perimetro.
I numeri di Pew danno la scala: il 64% degli adolescenti statunitensi tra 13 e 17 anni usa chatbot, il 28% quotidianamente; il 16% li usa per conversazioni informali e il 12% per supporto emotivo o consigli personali. E c’è uno scarto di consapevolezza che dovrebbe interessare chiunque lavori con le famiglie: circa metà dei genitori dichiara che il proprio figlio usa chatbot, contro il 64% dichiarato dai ragazzi stessi (Pew Research Center). Su STAT, il 2 luglio, un intervento sostiene che servono regole specifiche, non divieti generici, per gli adolescenti che usano i chatbot come supporto di salute mentale (STAT).
Distinzione necessaria: qui non stiamo parlando di un’associazione statistica tra uso e malessere, ma di una funzione di sostituzione documentata su scala. Il chatbot occupa lo spazio in cui, in altre condizioni, ci sarebbe stato un adulto o un pari. Per lo psicologo, la domanda operativa in prima seduta è cambiata: non più solo “quanto tempo passi online”, ma “con chi parli quando stai male”.
Fonti: CNBC · Pew Research Center · STAT · GOV.UK
La cosa che funziona misurabilmente: un programma scolastico, non un divieto
Nella stessa settimana in cui si discute di trilioni e di app store, esce su Child and Adolescent Psychiatry and Mental Health (10 luglio) la valutazione di “On the Inside”, un programma scolastico universale che integra apprendimento socio-emotivo (SEL) e strategie di equilibrio digitale: 750 studenti tra 13 e 15 anni in otto scuole (due di controllo), cinque sessioni video condotte dagli insegnanti. Rispetto ai controlli, il gruppo di intervento riporta riduzioni del disagio psicologico (PHQ-4), dell’uso problematico dei social (GSMQ-9), del multitasking e dell’evitamento, e un aumento di strategie adattive come allontanare il telefono durante lo studio e mettere in discussione i pensieri negativi. Diversi effetti — disagio ridotto, evitamento ridotto, uso sostenuto delle strategie — reggono a un anno di distanza. Nessun effetto significativo, invece, su sonno, ricerca di aiuto e tecniche di respirazione. Secondo PubMed: Guath, Nutley & Thorell, DOI 10.1186/s13034-026-01131-3.
Gli effetti sono “piccoli ma clinicamente significativi”, e va detto onestamente: due sole scuole di controllo, disegno non randomizzato a livello individuale, esiti auto-riferiti. Non è la prova definitiva di nulla. Ma è, in questa settimana, l’unico intervento di cui si misuri un effetto sul disagio degli adolescenti. Nessun divieto ha, ad oggi, un dato longitudinale comparabile.
Il contrappunto italiano arriva il 10 luglio: il CNDDU interviene sul divieto di smartphone esteso alle superiori (circolare MIM n. 3392 del 16 giugno 2025) e propone al ministro Valditara l’istituzione di una Settimana nazionale dell’Educazione alla Cittadinanza Digitale, all’Intelligenza Artificiale e all’Uso Consapevole delle Tecnologie, con due ore giornaliere di attività interdisciplinari agganciate a DigComp e DigCompEdu. La posizione è netta e coincide con l’evidenza: il divieto è una misura organizzativa legittima, “ma non può diventare l’unica risposta educativa” (Valledaostaglocal).
Sul fronte cyberbullismo, sempre questa settimana, il Journal of Medical Internet Research pubblica un lavoro thailandese di co-design con adolescenti LGBTQI+ che hanno vissuto episodi di cyberbullismo: il metodo (design thinking a cinque fasi, ragazzi come co-creatori e non come utenti passivi) è più interessante del prototipo. Secondo PubMed: Samoh et al., DOI 10.2196/93891.
Fonti: Child Adolesc Psychiatry Ment Health — DOI 10.1186/s13034-026-01131-3 · J Med Internet Res — DOI 10.2196/93891 · CNDDU via Valledaostaglocal
⚖️ Monitor normativo
Stati Uniti. La Corte Suprema (6 luglio) lascia in vigore l’App Store Accountability Act del Texas: verifica dell’età e consenso genitoriale a livello di app store, mentre prosegue il ricorso First Amendment (Al Jazeera). Meta deposita il 6 luglio la memoria sulle sanzioni: 1,4 trilioni richiesti da quattro Stati, processo ad agosto a Oakland davanti al giudice Gonzalez Rogers; 29 Stati sulle contestazioni COPPA, altri 14 a febbraio (Reuters). Al Senato resta in stallo il KIDS Act approvato dalla Camera il 29 giugno, privo del duty of care.
Regno Unito. Il divieto social under 16 annunciato il 15 giugno andrà in Parlamento entro Natale, con entrata in vigore prevista per la primavera 2027; blocchi funzionali su livestreaming, contatto con sconosciuti (gaming incluso) e chatbot AI sessualizzati per under 18; per i 16-17enni il governo si dice “fortemente orientato” a coprifuoco notturni di default e interruzioni dello scroll infinito, con dettagli attesi in luglio (GOV.UK). Ofcom e ICO devono riferire entro fine luglio sull’efficacia dell’age assurance, dopo il monitoraggio avviato ad aprile su quattro aree prioritarie (età minima, anti-grooming, feed algoritmici sicuri, valutazione dei rischi delle nuove funzioni AI) (Ofcom).
Unione Europea. Restano aperti i due procedimenti DSA sui minori: TikTok (design additivo, febbraio) e Meta (accesso degli under 13 a Instagram e Facebook, aprile), con sanzione potenziale fino al 6% del fatturato globale (Commissione europea); a marzo è stata aperta l’istruttoria su Snapchat. La Commissione insiste sul rollout dell’app di verifica dell’età entro il 31 dicembre 2026, ma otto Stati membri hanno già segnalato riserve o preferenza per soluzioni nazionali (TechPolicy.Press).
Italia. Il governo prepara un provvedimento per il Consiglio dei ministri sul divieto di social e piattaforme di video sharing agli under 15, con ipotesi di SIM dedicate ai minori, parental control di sistema e responsabilità genitoriale sanzionata; il testo circola in bozza da aprile e divide la maggioranza (key4biz, Il Fatto Quotidiano). Sul fronte pornografia, AGCOM prosegue con i blocchi dei siti non conformi all’obbligo di age verification (delibera 96/25/CONS, sanzioni fino a 250.000 euro) (AGCOM).
🧭 Pattern della settimana
Primo pattern: lo spostamento di livello. Per due anni la domanda è stata “quale contenuto va rimosso”. Quest’anno la domanda è diventata “chi controlla il cancello”. Texas mette il cancello sull’app store, l’Europa in un wallet crittografico, il Regno Unito sul confine anagrafico della piattaforma, l’Italia sulla SIM. È un movimento coerente verso l’infrastruttura, e ha una logica: le piattaforme non hanno alcun incentivo a verificare l’età dei propri utenti. Ma ha anche un costo, che il ricorso della CCIA nomina con precisione: un internet in cui bisogna identificarsi per entrare non è più un internet anonimo per nessuno, adulti compresi.
Secondo pattern, il più rilevante per chi fa clinica: il vuoto nosologico diventa un asset legale. La difesa di Meta (“la dipendenza da social media non è una condizione psichiatrica accertata”) è tecnicamente vera e strategicamente devastante. Per anni la prudenza della comunità scientifica — non medicalizzare un comportamento diffuso, non patologizzare l’adolescenza, distinguere correlazione da causalità — è stata una virtù epistemica. Oggi quella stessa prudenza viene esibita in aula come prova che il danno non esiste. Non è un argomento per correre a inventare diagnosi: è un argomento per nominare con precisione ciò che si osserva (uso problematico, compromissione funzionale, engagement progettato) senza aspettare che un manuale ci autorizzi.
Terzo pattern: lo scollamento tra ciò che si legifera e ciò che funziona. Questa settimana abbiamo, da un lato, 1,4 trilioni di richiesta sanzionatoria, una decisione della Corte Suprema e un divieto britannico in arrivo. Dall’altro, l’unica evidenza di un effetto misurato sul disagio degli adolescenti viene da cinque sessioni video in classe condotte da insegnanti svedesi, e sei funzioni di sicurezza su dieci non fanno quello che promettono. Il dibattito pubblico è organizzato intorno al divieto; l’evidenza, per quanto modesta, è dalla parte dell’educazione. Nessuno finanzia la seconda con l’energia con cui litiga sul primo.
📌 Da tenere d’occhio
- Il rapporto Ofcom-ICO sull’efficacia dell’age assurance, atteso entro fine luglio. È il primo tentativo di un regolatore di dire non se l’age verification è obbligatoria, ma se funziona. Se il verdetto sarà severo come lo studio NYU-Northeastern sulle funzioni di sicurezza, l’intero impianto regolatorio globale si troverà con un problema di efficacia, non di volontà politica.
- Il processo Meta di agosto a Oakland. Come verrà argomentata in aula la “dipendenza” — con quali esperti, quali strumenti, quali definizioni — produrrà un precedente che peserà sulla psicologia clinica ben oltre il diritto statunitense.
- La risposta di Apple e Google alla legge texana. Se decideranno di implementare la verifica dell’età a livello di sistema operativo su scala nazionale anziché costruire un percorso separato per il Texas, il modello diventerà standard di fatto senza che nessun parlamento lo abbia votato.
- Il ddl italiano under 15 in Consiglio dei ministri. Osservare se il testo conterrà, accanto ai divieti e alle sanzioni ai genitori, un solo articolo che finanzi l’educazione digitale nelle scuole. È il test di coerenza tra la retorica della tutela e l’evidenza sull’efficacia.
- Il perimetro dei chatbot. Divieti sui social e divieti sui companion AI viaggiano ancora su binari separati. Il 12% di adolescenti che chiede supporto emotivo a un chatbot sta già usando lo spazio lasciato vuoto da entrambi.