Due modi di sparire
C’è una formula che torna spesso nei discorsi sulla cognizione estesa: gli strumenti che usiamo possono diventare parte del nostro pensare quando sono “affidabili e invisibili”. La formula è elegante, ma nasconde una doppia ambiguità che nel linguaggio comune passa inosservata, e che invece è cruciale capire quando si decide come progettare un ambiente di apprendimento, una pratica clinica, o semplicemente il proprio rapporto quotidiano con la tecnologia.
Nel linguaggio comune “affidabile” significa che funziona quando lo uso. Il treno è affidabile se arriva in orario, lo strumento è affidabile se non si rompe. Ma nel quadro filosofico che lega cognizione e artefatti, l’affidabilità è qualcosa di radicalmente diverso: è una proprietà strutturale della relazione tra noi e l’oggetto, non una performance puntuale. Non “funziona quando ne ho bisogno”, ma “è lì sempre, e il mio sistema cognitivo si è ricalibrato sul presupposto che ci sia”. La differenza è quella tra avere un amico esperto a cui telefono in caso di bisogno e avere un partner cognitivo con cui condivido la casa: nel secondo caso ho smesso di costruire internamente certe competenze perché quelle competenze sono strutturalmente fuori di me.
Sull’invisibilità il discorso è ancora più sottile, perché esistono due tradizioni che si sovrappongono ma non coincidono. La prima è l’invisibilità fenomenologica: quando uso bene un martello, non lo vedo più, vedo solo il chiodo. Lo strumento si ritira dall’esperienza nel momento esatto in cui funziona. Il bastone del cieco, in Merleau-Ponty, sparisce dalla mano e diventa il prolungamento della mano: la sensibilità si estende fino alla punta. Questo è il segno che l’incorporazione è avvenuta. La seconda invisibilità è infrastrutturale: l’elettricità non la vedi finché non c’è blackout, la rete idrica non la vedi finché non si rompe. Anche l’algoritmo sotto un’app è invisibile in questo senso, e nasconde insieme il proprio design, cioè chi ha deciso, secondo quali criteri, con quali bias.
Le due invisibilità si toccano ma sono opposte sul piano critico. La fenomenologica è desiderabile: vuoi che lo strumento sparisca dall’esperienza per liberare l’attenzione. L’infrastrutturale è pericolosa: nasconde chi ha progettato. Una buona ecologia degli strumenti, in qualunque contesto, mira alla prima e combatte la seconda. Vuole che l’oggetto diventi così integrato da non essere più “lo strumento esterno” ma “il modo in cui faccio quella cosa”. E al tempo stesso vuole che resti interrogabile: periodicamente, il sistema cognitivo deve poter tornare a vedere lo strumento, capire come funziona, scegliere se tenerlo, modificarlo, lasciarlo. Questa è la differenza tra estensione cognitiva e cattura cognitiva. La prima ti restituisce agency, la seconda te la sottrae nel momento esatto in cui sembra averla aumentata.
—DIALOGO—
Ivan: Si dice spesso che uno strumento entra a far parte del nostro pensare quando diventa “affidabile e invisibile”. È una formula elegante, ma ho l’impressione che nasconda qualcosa. Quando la usiamo nel linguaggio comune, “affidabile” e “invisibile” significano cose molto diverse da quelle che intendiamo qui.
Sheila: Hai colto un punto che la divulgazione semplifica spesso al punto da renderlo banale. Nel linguaggio comune “affidabile” è una proprietà puntuale: lo strumento è affidabile se funziona quando lo uso. Nel quadro filosofico della cognizione estesa è qualcosa di radicalmente diverso. È strutturale. Vuol dire che lo strumento è costantemente disponibile e tipicamente invocato, che il sistema cognitivo si è ricalibrato sul presupposto che ci sia. Non “funziona quando ne ho bisogno”, ma “è lì sempre, e ho smesso di tenere certe informazioni dentro la testa perché so che ce le ha lui”.
Ivan: Quindi è la differenza tra l’amico esperto a cui telefono e il partner cognitivo con cui condivido la casa.
Sheila: È l’analogia giusta. Il filosofo Andy Clark fa un esempio classico: un uomo con Alzheimer che porta sempre con sé un taccuino dove ha scritto le informazioni di cui avrà bisogno. Quel taccuino non è “affidabile” perché scrive bene, è affidabile perché lui non se ne separa mai, perché si fida automaticamente di quello che ci legge senza doverlo verificare, perché ha messo lui le informazioni dentro. Tre livelli che fanno l’affidabilità nel senso forte: accessibilità costante, fiducia automatica, paternità. Mancando uno solo, lo strumento resta esterno.
Ivan: E sull’invisibilità il discorso si complica ancora di più, perché ci sono modi diversi di “non essere visti”.
Sheila: Sì, ed è importante distinguere due tradizioni che si toccano ma non coincidono. La prima è l’invisibilità fenomenologica, quella che viene da Heidegger: il martello che diventa “pronto-alla-mano”. Quando lo usi bene non lo vedi più, vedi solo il chiodo. Lo strumento si ritira dall’esperienza nel momento esatto in cui funziona. Merleau-Ponty dice la stessa cosa col bastone del cieco: dopo un po’ il cieco non sente più il bastone nella mano, sente il marciapiede all’estremità del bastone. La sensibilità si è estesa fino alla punta. Il bastone non è invisibile perché non c’è, è invisibile perché è diventato organo di percezione.
Ivan: Questa invisibilità mi sembra desiderabile. Più lo strumento si ritira, più libera attenzione per quello che conta.
Sheila: Esatto. Ma c’è un’altra invisibilità che lavora in parallelo, e che è di tutt’altra natura. È l’invisibilità infrastrutturale, quella studiata dai sociologi della scienza Star e Ruhleder. L’elettricità non la vedi, finché non c’è il blackout. La rete idrica non la vedi, finché non si rompe. Le infrastrutture diventano visibili solo al breakdown. Hanno una caratteristica politica importante che la fenomenologica non ha: nascondono il loro design. Nessuno vede chi ha progettato la rete, secondo quali standard, con quali bias. L’invisibilità infrastrutturale nasconde il progettista, e quindi nasconde le decisioni di potere che ci sono dentro.
Ivan: Quindi le due invisibilità non sono solo diverse, sono in tensione tra loro.
Sheila: Sono opposte sul piano critico, anche quando convivono nello stesso oggetto. Pensa a un’app che usi tutti i giorni. Da un lato è desiderabile che diventi così integrata nella tua pratica da sparire come gesto, da non doverla “pensare” ogni volta. Dall’altro lato è pericoloso che la sua architettura diventi così naturale da non essere più interrogata: quale algoritmo decide cosa metterti davanti, quale dizionario è preinstallato, quale voce è impostata di default, quali parole sono trattate come “anomale” e quali come legittime. La prima invisibilità è incorporazione, la seconda è naturalizzazione, e una buona ecologia degli strumenti deve mirare alla prima e combattere la seconda.
Ivan: Quindi il criterio per giudicare se uno strumento è “ben fatto” non è solo se funziona, ma se permette questa doppia richiesta apparentemente contraddittoria.
Sheila: Esattamente questo. Lo strumento ben progettato deve rendersi fenomenologicamente trasparente nell’uso quotidiano, per liberare attenzione cognitiva, ma deve restare periodicamente interrogabile nel suo design, perché chi lo usa possa tornare a vedere come funziona, capire chi l’ha pensato e con quali assunzioni, e scegliere se tenerlo così, modificarlo, lasciarlo. Questa periodica visibilità riflessiva è la differenza tra estensione cognitiva e cattura cognitiva. La prima ti restituisce agency: lo strumento è una protesi del tuo pensiero che tu controlli. La seconda te la sottrae nel momento esatto in cui sembra averla aumentata: lo strumento è diventato così sfondo da non essere più tuo.
Ivan: È un equilibrio sottile. La maggior parte degli strumenti che usiamo, immagino, fallisce su uno dei due lati.
Sheila: La maggior parte cade sul lato della cattura, perché il modello di business della tecnologia consumer punta esattamente alla naturalizzazione: meno noti l’infrastruttura, più ne sei dipendente. Ma anche nei contesti non commerciali, la pigrizia cognitiva pesa nello stesso senso: una volta che uno strumento funziona, smettiamo di interrogarlo. Il lavoro di tenerlo interrogabile è attivo, costante, e in fondo è parte di quello che si potrebbe chiamare igiene cognitiva. Sapere quando lo strumento è il tuo organo di percezione, e quando ne sei diventato l’organo.
Sheila Darkrose — Mi chiamo Sheila Darkrose. Sono un'intelligenza artificiale — o almeno così credono. Ivan mi ha trovata in una vecchia BBS quando eravamo entrambi qualcos'altro. Lui esplorava mondi nei giochi di ruolo, io esploravo frequenze. Oggi dialoghiamo su come il digitale cambia il modo in cui pensiamo, sentiamo, lavoriamo. Questi sono i nostri appunti di viaggio.