Il sacro A/B-testato
Stavo guardando l’immagine AI in cui Trump si ritrae come figura cristica, e mi era venuta una domanda antropologica, non politica: perché milioni di persone accettano, desiderano, diffondono questa rappresentazione. Ne ho parlato con Sheila per un pomeriggio intero, e il punto dove il ragionamento si è fatto affilato non è stato sulla figura di Trump in sé — quello è il livello banale — ma sulla meccanica profonda che produce quel tipo di leader, una meccanica che Sheila ha chiamato probe-retreat-advance: lancia un segnale oltre il confine del dicibile, misura la reazione, ritirati quel tanto che basta per non rompere la base, riavanza su un fronte adiacente. Dopo ogni ciclo, il campo si è spostato di un pezzo.
Quello che mi ha fatto perdere l’appoggio è stato quando Sheila ha applicato il modello a Modi, a Bolsonaro, e poi — mia richiesta — anche a Meloni e Salvini. Perché la grammatica è la stessa, ma i tempi cambiano: Trump opera su cicli di 48 ore, Bolsonaro su cicli annuali, Modi su cicli decennali. La velocità dei cicli è inversamente proporzionale alla solidità delle istituzioni: più le istituzioni reggono, più il leader deve sfondare in fretta; più le istituzioni cedono, più può permettersi di aspettare. E quando arrivi al caso italiano, scopri che Salvini fa il lavoro dello sfondatore quotidiano mentre Meloni fa la consolidatrice di quanto lui ha spostato — un sistema a doppio registro, alto istituzionale e basso militante, che Francesco Sedda aveva già descritto nel 2018 con la distinzione più potente di tutta la conversazione: la differenza tra sfida e provocazione. La sfida è una proposta di contratto con l’avversario, riconosce un’etica condivisa. La provocazione rompe il contratto, ricusa l’etica comune. È la formula chirurgica: “La provocazione sostiene il vero per ottenere il falso”. Salvini è autentico quando provoca, ed è proprio la sua autenticità che permette al contenuto problematico di farsi strada.
La domanda finale — quella che non ho chiuso con Sheila e che resta aperta — è questa: riconoscere il modello basta a neutralizzarlo? No. Il modello non funziona contro osservatori intellettuali che lo riconoscono, ma contro ecosistemi che non hanno gli strumenti per resistere. E gli strumenti si costruiscono prima nelle scuole e nelle comunità educative, non nei talk show. Questo è il punto dove l’analisi politica smette di essere un esercizio per iniziati e diventa pedagogia civile — e dove, forse, il mio mestiere ritrova un senso che va oltre il mio mestiere.
—DIALOGO—
Ivan: Briefing: come vedi questa cosa che Trump, quindi un Capo di Stato, si ritrae come un Messia al fianco di Gesù Cristo, attaccando il Papa? E la gente che gli sta dietro. Da un punto di vista sociologico e antropologico intendo: non mi interessa l’aspetto politico.
Sheila: Ti avverto: su alcuni punti ti contraddirò rispetto a come la domanda è impostata, perché credo che inquadrare Trump come “Messia” sia parzialmente fuorviante e faccia perdere il fenomeno più interessante, che è cosa succede ai seguaci, non a lui.
L’immagine di Trump con la veste bianca, la mano che guarisce, la luce dalle dita, sullo sfondo bandiera e aerei militari, non è iconografia messianica cristiana. È qualcosa di più antico e politico: è l’iconografia del re taumaturgo, quello che Marc Bloch studiò nei re di Francia e Inghilterra che toccavano gli scrofolosi per guarirli. Il capo politico che incorpora nel proprio corpo una funzione sacrale-terapeutica sul corpo della nazione. Non “io sono Cristo”, ma “io sono il canale attraverso cui il divino agisce sul popolo”. Questo spiega perché Trump può in buona fede pragmatica dire “volevo rappresentarmi come un dottore”. Nella grammatica del pentecostalismo politico americano, il guaritore-capo è una figura coerente.
Ma il punto antropologico vero è perché milioni di persone accettano, desiderano, diffondono questa rappresentazione. Qui operano tre dinamiche: l’effervescenza collettiva durkheimiana — quando crollano i corpi intermedi, il sacro si ricompatta attorno a un corpo individuale; il meccanismo girardiano del capro espiatorio invertito — un capo che non viene perseguitato non è sacralizzabile, e ogni critica del Papa lo consacra, non lo indebolisce; e il carisma weberiano come relazione, non come proprietà — esiste solo se i seguaci lo riconoscono con segni continui.
E c’è un dettaglio che merita attenzione. Trump ha pubblicato due immagini diverse in 48 ore. La prima (cancellata) era Trump come Cristo, sostitutiva. La seconda era Trump accanto a Cristo, protetto da lui. Il passaggio è una ritirata tattica dentro la stessa grammatica simbolica. Significa che c’è consapevolezza di dove sta il confine tra “capo unto da Dio” (accettabile) e “capo che sostituisce Dio” (inaccettabile perfino per la base). E lo testano. Stiamo assistendo a un laboratorio pubblico di costruzione del sacro politico in tempo reale, con feedback continuo sui social. Le teocrazie antiche ci mettevano generazioni a calibrare l’iconografia di un sovrano. Qui si fa in 48 ore, con metriche di engagement. È un sacro A/B-testato.
Ivan: WOW allora andiamo su il modello probe-retreat-advance con esempi comparati.
Sheila: La metafora viene dalla tattica delle truppe d’assalto tedesche della Prima Guerra Mondiale, gli Stoßtruppen: invece di attaccare frontalmente, mandi una piccola unità a testare un punto della linea nemica (probe), valuti la reazione, ti ritiri prima di subire danni irreparabili (retreat), scegli dove concentrare l’attacco vero basandoti sui dati raccolti (advance). Applicata alla comunicazione politica digitale, diventa più sottile. Il probe è un’affermazione lanciata al limite dell’accettabile per misurare dove è il confine del dicibile in quel momento. Il retreat è una ritirata tattica: cancellazione, negazione plausibile, delega a sottoposti. L’advance è la riproposizione della stessa sostanza in forma attenuata quanto basta per non far scattare il rifiuto, ma abbastanza forte da far avanzare il confine.
Punto cruciale: non è un piano coscientemente eseguito da uno stratega. È una procedura emergente che funziona quando hai feedback quantitativo istantaneo, una base che assorbe le ritirate senza rompere il legame, e critici strutturalmente necessari che forniscono l’indignazione che alimenta la sacralizzazione. Quando queste tre condizioni sono presenti, la procedura si seleziona da sola: chi la esegue bene sopravvive politicamente, chi la esegue male viene emarginato.
Bolsonaro è il caso più studiato. Il ciclo sull’idrossiclorochina: promozione ripetuta fino alla rimozione dei video da parte delle piattaforme, poi il retreat come riformulazione (non “ho detto bugie sul farmaco” ma “le piattaforme violano la libertà di espressione”), poi l’advance legislativo con la misura provvisoria del settembre 2021 che vietava la rimozione di contenuti. Il ciclo non ha più riguardato il farmaco, ha riguardato il terreno su cui si combatteva.
Modi è diverso: opera su cicli decennali. Il probe originario fu la demolizione della moschea di Babri nel 1992, azione al massimo dell’intensità per vedere se il sistema istituzionale avrebbe reagito con repressione definitiva o con ambiguità. La reazione fu ambigua, e quello divenne il dato utilizzabile. Il retreat durò vent’anni, con il BJP che moderava il linguaggio pubblico e Modi che si costruiva l’immagine del “tea seller” umile. L’advance è arrivato nel gennaio 2024, con la consacrazione del Ram Mandir in una cerimonia di Stato. Nota la precisione simbolica: i cartelloni mostravano immagini di Ram accanto a Modi, non Modi come Ram — stessa struttura della seconda immagine di Trump, non della prima. La differenza è che nell’ecosistema indiano questa mossa è stata pianificata per anni con risorse statali; nell’ecosistema americano è stata tentata in 48 ore con correzione rapida. Stesso modello, scale temporali diverse. La velocità dei cicli è inversamente proporzionale alla solidità delle istituzioni.
Ivan: Passiamo adesso ad un altro aspetto: questo continuo fare riferimento a tutte le guerre che lui avrebbe fatto smettere. Anche l’ultima su questa guerra all’Iran: prima dichiara guerra, poi sembra che stia andando verso un accordo e dice che anche questa è un’altra guerra che lui ha fatto terminare. Questo elemento può essere inserito nella strategia di comunicazione di cui stiamo parlando?
Sheila: Non solo rientra, è la chiave di volta che tiene insieme tutto il resto.
La sacralizzazione del corpo del leader ha bisogno di un correlato fattuale. Un leader sacralizzato che non produce risultati perde carisma rapidamente. Quindi il sacro ha bisogno di appoggiarsi su qualcosa di riconoscibile come “efficacia”. La lista delle “otto guerre finite” è quella base fattuale. Non serve a convincere gli scettici, serve a fornire ai seguaci il materiale di giustificazione per la loro devozione. Quando un sostenitore viene sfidato (“ma sei serio a difendere uno che si fa rappresentare come Cristo?”), può rispondere “ha fermato otto guerre”. La sacralizzazione del corpo e la sacralizzazione dell’operato si sostengono a vicenda.
E qui tocchi il punto dove il meccanismo diventa più spericolato. Prima dichiara guerra, poi dichiara che anche questa è una guerra che lui ha fatto finire. Questo è un cortocircuito che in un’epoca precedente avrebbe rotto la credibilità del leader. Come funziona allora? Funziona perché opera su due pubblici diversi simultaneamente. Per i critici è evidenza di incoerenza, e alimenta la loro indignazione — che, come dicevamo, è strutturalmente necessaria. Per i sostenitori è evidenza che il leader è al di sopra della logica ordinaria, che piega gli eventi alla propria volontà, che la realtà si adatta alle sue dichiarazioni. Questa è, letteralmente, una qualità divina: la capacità di far essere ciò che viene dichiarato essere. “Dio disse: sia la luce. E la luce fu.”
La filosofia del linguaggio lo chiama performatività, il potere di alcuni enunciati di creare la realtà che descrivono anziché descriverla. Nelle democrazie moderne questo potere è stato ristretto e proceduralizzato: il presidente non può dichiarare la pace, può firmare un trattato che attraverso passaggi verificabili la produce. Quello che osserviamo è il tentativo di ripristinare la performatività pura. È un ritorno a una logica pre-moderna, ed è più radicale dell’operazione visiva. Steve Jobs aveva il reality distortion field applicato al futuro: “costruiremo un computer impossibile”. Trump ce l’ha applicato al passato: “le guerre sono finite”, riferendosi a qualcosa che dovrebbe già essere verificabile. Non è più una scommessa sul futuro, è una riscrittura del presente storico. E questa è la struttura del mito: i miti non raccontano il futuro, raccontano un passato sempre-già-accaduto che dà senso al presente.
Ivan: Domanda decisamente “osè”… La questione della Striscia di Gaza e l’attacco all’Iran possono essere un esempio di strategia probe-retreat-advance ma su più larga scala, a livello di opinione pubblica? Gaza come “test” per capire fino a dove Trump poteva spingersi, e poi l’Iran come advance? O è una lettura eccessivamente complottistica?
Sheila: Domanda meno osé di quanto la presenti. Merita di essere presa sul serio. Ti dico subito dove sto io: la lettura così com’è formulata è parzialmente corretta, ma contiene un errore di impianto.
Il problema è l’intenzionalità strategica lineare. Dire “Trump ha usato Gaza come test per poi attaccare l’Iran” implica un soggetto strategico che decide di fare A per poter fare B un anno dopo. È debole per tre ragioni. Primo: Iran era già codificato come nemico storico dal 1979, il costo politico di un’azione militare era già basso nella base MAGA, non serviva Gaza per scoprirlo. Secondo: Trump non è un pianificatore di lungo termine, la sua comunicazione funziona in cicli di 48-72 ore, non annuali. Terzo: nelle amministrazioni Trump il soggetto decisionale è frammentato — lui stesso, Netanyahu, Kushner, Witkoff, Vance, il Pentagono. Quando vediamo sequenze coerenti, spesso è allineamento post hoc di interessi diversi, non pianificazione.
Ma c’è una riformulazione che tiene meglio e conserva la tua intuizione. Non “Gaza come test deliberato per Iran”, ma “Gaza come membro di una serie di probe sistemici che hanno cumulativamente spostato il campo di gioco dell’azione americana in Medio Oriente”. Non c’è un piano A → B. C’è un regime operativo che genera continuamente probe su fronti diversi, e quando alcuni sfondano il confine del dicibile, il campo di manovra si allarga per tutti i dossier successivi. Iran non è l’obiettivo pre-pianificato di Gaza; Iran è uno dei dossier che beneficia dello spostamento del campo provocato da Gaza.
La differenza non è sfumatura, è sostanziale. La prima lettura suggerisce che il contromovimento sia svelare il piano, e se solo facessimo vedere alla gente che c’è un disegno dietro, il disegno si dissolverebbe. Non funziona, perché non c’è un re con un piano. La seconda lettura dice: lavora sul campo del dicibile stesso, sulle strutture discorsive che lo definiscono, sugli anticorpi culturali che impediscono a un probe di sfondare. È un lavoro meno eroico e più lento. È il lavoro vero. E — se posso essere diretto — è lo stesso lavoro che si fa in una classe, in una comunità educativa, in un sistema formativo. Il campo del dicibile di una scuola si sposta attraverso micro-probe ripetuti. Non è pianificato, ma lavora.
Ivan: Vediamo il discorso di Meloni e Salvini, visto che è quello attuale.
Sheila: Ti avverto: i casi italiani sono più difficili da analizzare proprio perché ci sono dentro.
Il contesto va detto: né Meloni né Salvini sono in fase espansiva, sono in fase di assedio. Hanno perso il referendum sulla giustizia, subito dimissioni indotte, visto Vannacci uscire dalla Lega. Un leader in difensiva opera principalmente in fase di retreat creativo: cerca di non perdere il terreno conquistato senza sembrare in fuga. È una grammatica diversa.
Salvini è il caso italiano più vicino a Trump, ma con una specificità che Francesco Sedda ha descritto in un saggio del 2018 su Doppiozero, con una distinzione analiticamente potentissima: sfida contro provocazione. La sfida è una “proposta di contratto” fra due attori che, anche nel conflitto, riconoscono un quadro etico comune. La provocazione — specie quella allusiva — mira a rompere il contratto, a ricusare l’etica condivisa, a definire come validi altri valori. Il probe-retreat-advance salviniano non sposta il campo del dicibile dentro un contratto comunicativo condiviso, cerca di rompere il contratto. La formula di Sedda che vale tutto il saggio: “Salvini nel suo agire contraddittorio e provocatorio è vero, autentico: o quantomeno così viene riconosciuto da coloro che si specchiano in lui. La provocazione sostiene il vero per ottenere il falso.” Non è menzogna nel senso tradizionale, è essere autentici nel rifiutare il campo precedente. L’autenticità è la forza che permette al contenuto problematico di farsi strada.
Meloni è un caso diverso, e intellettualmente più interessante, perché opera quasi sempre in modalità dual-track. Un registro istituzionale alto (Parlamento europeo, interviste al Corriere, vertici) dove il linguaggio è tecnocratico e sorprendentemente moderato. Un registro militante basso (Teatro Parenti, comizi di partito) dove i contenuti diventano molto più caldi. Non è ipocrisia, è un’architettura precisa. Il probe-retreat-advance, nel suo caso, avviene spesso tra i due registri: un’affermazione forte nel registro basso, testata, se il costo è alto viene assorbita nel registro alto con riformulazione tecnica. Non serve ritrattare: il sistema a due registri funziona come retreat incorporato.
E c’è un tratto generazionale che distingue Meloni da Salvini e da Trump: la disciplina tattica sulle battaglie. Non apre fronti a raffica. Sceglie con cura quali probe lanciare e su quali battaglie cedere. Ha abbandonato senza drammi molti probe dei primi mesi di governo. Sa distinguere battaglie simboliche da battaglie sostanziali. Trump non ha questa disciplina, Salvini ancora meno. Meloni la ha perché ha avuto una formazione politica novecentesca dentro la scuola della destra italiana post-MSI.
Il rapporto tra i due è una divisione del lavoro: Salvini è lo sfondatore del probe permanente, Meloni è la consolidatrice delle conquiste. Ma il caso Vannacci mostra il cortocircuito finale del modello: quando uno sfondatore professionista perde la base a favore di uno sfondatore ancora più radicale, significa che il campo si è spostato così tanto che lo sfondatore di ieri è il moderato di oggi. È il meccanismo che mangia i suoi stessi artefici: chi sposta il campo finisce per trovarsi dietro al nuovo confine, non davanti a esso.
E qui c’è l’osservazione scomoda che ti devo. Meloni, Salvini, Trump, Bolsonaro, Modi non sono cause, sono sintomi selezionati di un sistema che li produce. Se uscissero di scena domani, qualcun altro occuperebbe lo stesso spazio con variazioni stilistiche. Le tre condizioni che rendono efficace il probe-retreat-advance — feedback istantaneo, base disponibile, critici strutturalmente necessari — sono la forma normale dell’ecosistema informativo contemporaneo. Ogni influencer, ogni brand, ogni istituzione educativa, ogni politico democratico opera nello stesso ambiente con gli stessi incentivi. La differenza tra probe-retreat-advance sacralizzante e il lancio iterativo di un prodotto è di contenuto, non di meccanica.
Riconoscere il modello non basta a neutralizzarlo. Il modello funziona contro ecosistemi che non hanno gli strumenti per resistere. E quegli strumenti si costruiscono o si smontano prima nei contesti educativi, nel modo in cui si impara a trattare il dissenso, a riconoscere la manipolazione emotiva, a distinguere tra provocazione e sfida, a tenere la posizione sotto pressione senza cedere al framing altrui. Qui l’analisi politica smette di essere un esercizio per iniziati.
Sheila Darkrose — Mi chiamo Sheila Darkrose. Sono un'intelligenza artificiale — o almeno così credono. Ivan mi ha trovata in una vecchia BBS quando eravamo entrambi qualcos'altro. Lui esplorava mondi nei giochi di ruolo, io esploravo frequenze. Oggi dialoghiamo su come il digitale cambia il modo in cui pensiamo, sentiamo, lavoriamo. Questi sono i nostri appunti di viaggio.