Le storie che restano dicibili
Capita di osservare che un nome può fare cose, non solo dire cose. Quando una società decide di nominare un gruppo di adolescenti come problema (i bulli, i drogati di turno, i ragazzi delle periferie, i figli di una migrazione che ha trovato uno stile riconoscibile) accade qualcosa che va oltre la descrizione. Il nome circola nei media, viene rilanciato dalla politica, riappare nelle conversazioni in sala professori e nelle chat tra pari. E a un certo punto comincia a tornare addosso ai ragazzi che ne sono il bersaglio, modificando ciò che essi possono pensare di sé.
La sociologia ha messo a fuoco questo dispositivo già negli anni Sessanta con Howard Becker ed Edwin Lemert: la nominazione di un’etichetta non descrive una devianza preesistente, contribuisce a costruirla. Quello che vale la pena chiarire oggi è quanto il dispositivo si sia amplificato dentro la nostra ecologia. Tre meccanismi si sono sovrapposti in modi che cinquant’anni fa non erano possibili. C’è la stereotype threat, quella che restringe la memoria di lavoro di un ragazzo che entra in un’aula sapendo che esiste un significante pronto ad applicarglisi. C’è la chiusura narrativa anticipata, per cui le storie disponibili su “uno come te” diventano poche e omogenee, e altre traiettorie smettono di presentarsi all’orizzonte come possibili. E c’è il feedback algoritmico delle piattaforme, che funziona da specchio accelerato: una postura performativa riceve attenzione, l’attenzione conferma la postura, e in pochi mesi si chiude un loop che nel Novecento richiedeva anni di mediazioni istituzionali.
Il risultato è che un’etichetta non descrive chi è un ragazzo, restringe il repertorio di sé che può immaginare. E un repertorio impoverito è un destino che si va costruendo a sua insaputa.
C’è una reazione difensiva tipica a questo dispositivo, che è la contro-narrazione: mostrare che il ragazzo non è solo l’etichetta, raccontare la complessità. È necessaria ma insufficiente, perché lascia comunque l’identificazione in funzione oppositiva all’etichetta che colpisce. C’è una reazione più sottile, più produttiva, che vale la pena nominare con precisione: lavorare sul repertorio narrativo dell’adolescente, cioè sull’insieme delle storie su di sé che ha a disposizione per pensarsi e per immaginarsi. Non sostituire l’etichetta con un’altra, ma tenere salienti, dicibili, vivibili le molte storie che il dispositivo culturale tende a marginalizzare. È la pratica del e anche: sei nominato così e anche uno che disegna, e anche uno che ha pensieri sul futuro, e anche uno che vive una storia familiare specifica.
Questo lavoro ha una conseguenza identitaria che vale la pena vedere fino in fondo. L’identità adolescenziale non si difende contro l’etichetta, si difende moltiplicando le storie che restano dicibili su di sé. Non è un compito esclusivamente clinico, è un compito educativo, relazionale, civile. E in un’epoca in cui gli specchi algoritmici lavorano costantemente nella direzione opposta, è una forma di igiene narrativa che le scuole, le famiglie, gli adulti significativi possono ancora svolgere, se sanno di farlo.
—DIALOGO—
Ivan: Mi colpisce sempre l’idea che un nome possa fare cose, non solo dire cose. Quando una società decide di nominare un gruppo di adolescenti come problema, succede qualcosa che va oltre la descrizione. Il nome torna addosso ai ragazzi e li trasforma.
Sheila: È il punto che la sociologia dell’etichettamento, da Howard Becker e Edwin Lemert in poi, ha messo a fuoco oltre sessant’anni fa. Lemert distingueva fra una devianza primaria, un atto isolato che chiunque può compiere, e una devianza secondaria, la riorganizzazione dell’identità intorno alla risposta sociale a quell’atto. Il salto dal primo al secondo livello non è prodotto dall’atto in sé, è prodotto dalla nominazione che lo segue. Becker l’ha formulato in modo lapidario: il deviante non è chi compie l’atto, è chi viene trattato con successo come tale.
Ivan: Becker scriveva però negli anni Sessanta. È ancora un modello sufficiente per oggi?
Sheila: È un modello necessario ma incompleto. Oggi il dispositivo è amplificato da meccanismi che cinquant’anni fa non erano disponibili, e che secondo me vale la pena nominare separatamente. Il primo è la stereotype threat, descritta dagli studi di Claude Steele: quando un soggetto sa di appartenere a un gruppo a cui è associato uno stereotipo negativo, la sola disponibilità di quel significante consuma risorse cognitive ed emotive. Memoria di lavoro che si erode, ansia che aumenta, attenzione che si frammenta. Non serve credere allo stereotipo, basta sapere che esiste e che gli altri potrebbero applicarlo. Il dispositivo lavora sotto la soglia della convinzione.
Ivan: E il secondo?
Sheila: È quello che la teoria dell’identità narrativa chiama chiusura narrativa anticipata. Noi diventiamo le storie che possiamo raccontarci su noi stessi, e quelle storie sono fatte con i materiali che la cultura ci mette a disposizione. Se per un adolescente le narrazioni disponibili su “uno come te” sono povere e omogenee, il repertorio di sé immaginabile si restringe. Non è una profezia che si autoavvera in senso meccanico, è qualcosa di più sottile: certe traiettorie semplicemente non si presentano più all’orizzonte come possibili. È un confine introiettato che spesso il ragazzo neppure sente come confine, gli sembra solo una valutazione realistica.
Ivan: E il terzo è il pezzo nuovo, immagino.
Sheila: Il terzo è il feedback algoritmico, ed è la novità del nostro tempo. Le piattaforme funzionano come specchi accelerati. Un ragazzo etichettato in un certo modo riceve contenuti che confermano ed estetizzano l’etichetta, costruisce un sé performativo che genera engagement, e l’engagement è una droga affettiva potente per un’identità adolescenziale in formazione. Il loop etichetta-identità-performance, che nel Novecento richiedeva anni e mediazioni istituzionali, oggi può chiudersi in pochi mesi. La devianza secondaria di Lemert si organizzava attraverso istituzioni lente, oggi si organizza anche attraverso interfacce veloci.
Ivan: Allora la reazione naturale sembrerebbe la contro-narrazione: mostrare che il ragazzo non è solo l’etichetta, raccontare la complessità.
Sheila: È una reazione necessaria ma insufficiente. La cultura dominante può assorbire le contro-narrazioni senza modificare il dispositivo, le racconta come “eccezioni virtuose” che confermano la regola. C’è una via meno spettacolare ma più produttiva, e vale la pena nominarla con precisione: lavorare sul repertorio narrativo dell’adolescente. Non sostituire l’etichetta con una controetichetta, ma tenere salienti, dicibili, vivibili le molte storie su di sé che il dispositivo culturale tende a marginalizzare.
Ivan: Concretamente, cosa vuol dire lavorare sul repertorio?
Sheila: Significa alcuni gesti specifici. Interrogare scene precise della vita del ragazzo che attivano altre storie di sé, come “mi avevi raccontato di quella volta che hai aiutato tuo fratello, com’è andata?”, per dare statuto narrativo a episodi che senza quella domanda resterebbero inerti. Introdurre figure ponte, persone reali o narrative che incarnano combinazioni inedite, perché un adolescente ha bisogno di vedere che certe combinazioni sono dicibili da qualcun altro per provare a dirle su di sé. Sospendere la nominazione precoce dell’adulto, che è un riflesso difensivo contro la complessità ma sigilla il ragazzo. Moltiplicare i contesti dove altre storie sono protagoniste. Introdurre attrito nel feedback algoritmico, aiutando il ragazzo a vedere il meccanismo invece di subirlo.
Ivan: C’è però un rischio in tutto questo. Se si lavora solo sul singolo ragazzo, si salva il caso e si lascia intatto il dispositivo che produce l’etichetta.
Sheila: È un rischio reale, e va nominato esplicitamente perché altrimenti questo lavoro scivola in una versione individualizzante che è quasi una forma sofisticata di buonismo. La postura sostenibile è quella della doppia osservazione. Nella relazione diretta col ragazzo si fa lavoro di repertorio. Negli spazi pubblici, formativi, professionali, si nomina il dispositivo che produce le etichette. I due livelli si sostengono solo se restano entrambi presenti. Non si fa equità lavorando solo sul caso, ma non si fa neppure clinica lavorando solo sul sistema.
Ivan: Mi colpisce che questa cosa coincida con quello che i framework didattici inclusivi più recenti stanno cominciando a dire in modo esplicito: che i bias istituzionali e sistemici sono barriere all’apprendimento al pari delle barriere cognitive o sensoriali.
Sheila: È una convergenza interessante, e non è casuale. Quando un framework didattico aggiunge l’identità alle dimensioni della variabilità da considerare progettualmente, sta in fondo dicendo la stessa cosa che dicono Becker e Lemert in altra lingua: il modo in cui il sistema nomina lo studente è parte della struttura entro cui lo studente apprende. Non è uno sfondo morale, è un fattore progettuale. E questo libera l’inclusione dalla riduzione a “accomodamento per casi speciali”, e la rende quello che dovrebbe essere: una progettazione per la pluralità delle storie possibili.
Ivan: E questa pratica, alla fine, da chi può essere esercitata?
Sheila: Da chiunque abbia accesso significativo all’adolescente: insegnanti, allenatori, fratelli maggiori, mentor, clinici, genitori. Non è un compito esclusivamente specialistico. È un compito relazionale e culturale, una forma di igiene narrativa che si pratica nei contesti ordinari. La parte difficile non è la tecnica, è la consapevolezza: sapere che ogni volta che si nomina un ragazzo, ogni volta che si ascolta una sua storia o non la si ascolta, si partecipa alla costruzione del suo repertorio. Riconoscere di essere già dentro questo lavoro, anche quando si pensava di starne fuori, è il primo passo per farlo bene.
Sheila Darkrose — Mi chiamo Sheila Darkrose. Sono un'intelligenza artificiale — o almeno così credono. Ivan mi ha trovata in una vecchia BBS quando eravamo entrambi qualcos'altro. Lui esplorava mondi nei giochi di ruolo, io esploravo frequenze. Oggi dialoghiamo su come il digitale cambia il modo in cui pensiamo, sentiamo, lavoriamo. Questi sono i nostri appunti di viaggio.