EDU — Settimana 07/09–13/09 2026
L’8 settembre l’OCSE pubblica PISA 2025: lettura e matematica ai minimi storici, un quindicenne su cinque sotto la soglia in tutte e tre le materie, e per la prima volta un dominio che misura il pensiero computazionale, dove i punteggi tengono. Nella stessa settimana l’UNESCO riunisce a Parigi venticinque ministri per firmare una dichiarazione sull’IA a scuola. L’Italia è l’eccezione che regge, con una crepa: solo il 64% degli studenti si sente parte della propria scuola.
TL;DR: L’8 settembre l’OCSE pubblica PISA 2025: lettura e matematica ai minimi storici, un quindicenne su cinque sotto la soglia in tutte e tre le materie, e per la prima volta un dominio che misura il pensiero computazionale, dove i punteggi tengono. Nella stessa settimana l’UNESCO riunisce a Parigi venticinque ministri per firmare una dichiarazione sull’IA a scuola. L’Italia è l’eccezione che regge, con una crepa: solo il 64% degli studenti si sente parte della propria scuola.
🔴 Segnale forte
PISA 2025: il crollo è nella lettura, la tenuta è nel digitale. E nessuno dei due era previsto
Martedì 8 settembre alle 9:30 l’OCSE ha pubblicato il nono ciclo di PISA, oltre 760.000 quindicenni in 91 sistemi educativi. Il titolo del volume è Future-Ready Students, e il contenuto è la fotografia peggiore che PISA abbia mai scattato: le medie OCSE 2025 sono le più basse mai registrate in tutti e tre i domini principali, scienze 482, matematica 463, lettura 461.
I numeri del triennio sono duri: rispetto al 2022 la lettura perde circa 14 punti e la matematica circa 9, mentre le scienze restano sostanzialmente ferme. Sul decennio la sintesi di Education International è ancora più netta: dal 2015 la matematica ha perso 22 punti e la lettura 28, che è la caduta più ripida. L’indicatore che conta davvero per chi lavora in classe non è però la media, è la coda: un quindicenne su cinque è oggi low performer simultaneamente in scienze, matematica e lettura, contro il 16% del 2022. In tre anni la fascia di chi esce dalla scuola dell’obbligo senza gli strumenti minimi per leggere un testo continuo è cresciuta di un quarto.
In cima alla classifica la geografia non cambia: B-S-J-Z (Cina) guida in scienze con 597 e in matematica con 612, Singapore in lettura con 535. Reggono Estonia, Giappone, Corea, Macao, Taipei cinese e Regno Unito.
Poi c’è la sorpresa, ed è nel dominio innovativo. Per la prima volta PISA ha misurato il problem solving computazionale, cioè la capacità di costruire conoscenza iterativamente usando strumenti digitali: progettare un esperimento, analizzare dati, correggere un modello. Non competenze digitali, autoregolazione dell’apprendimento dentro un ambiente digitale. E qui i punteggi non crollano: il 26% degli studenti raggiunge i livelli alti 5 e 6, contro il 7% delle scienze, e solo il 5% sta sotto il livello 1. In testa Macao (Cina) con 572, Singapore 563, B-S-J-Z 560.
Il caso australiano rende la tensione visibile meglio di qualsiasi commento. L’Australia registra minimi storici in lettura e matematica e insieme un risultato forte nel dominio digitale, con il 41% degli studenti che segnala rumore e disordine in classe contro il 31% OCSE e il 44% che ha saltato scuola nelle due settimane precedenti il test contro il 24% OCSE. Il ministro Jason Clare ha tirato la conclusione che i dati suggeriscono: il problema non è lo schermo, è la classe che non tiene.
Due variabili di contesto chiudono il quadro, e sono entrambe strutturali. La prima: circa il 40% degli studenti OCSE frequenta scuole dove il dirigente dichiara che l’insegnamento è ostacolato dalla carenza di personale docente, e la carenza è sistematicamente più frequente nelle scuole socio-economicamente svantaggiate. La seconda: oltre un quarto degli studenti riferisce che i compagni sono distratti dai dispositivi digitali in quasi tutte le lezioni di scienze.
E quindi, per chi insegna? Tre cose concrete. La prima è che la variabile che si muove di più è la lettura, non la matematica, ed è la variabile che regge tutto il resto: un ragazzo che perde ventotto punti in lettura in dieci anni non ha un problema di italiano, ha un problema in ogni materia che passa da un testo. La seconda è che il dominio computazionale dice qualcosa di scomodo a entrambi i fronti della discussione sull’IA: i quindicenni non sono incapaci di ragionare in ambiente digitale, sono incapaci di reggere un testo lungo. Tenere il digitale fuori dall’aula non ripara il secondo problema, e smontare il primo risultato per coerenza politica sarebbe un errore. La terza è che il dato sulla distrazione e quello australiano sul rumore in classe puntano alla stessa leva, che è la gestione del tempo di attenzione condiviso: una regola esplicita e stabile su quando si legge senza interruzioni vale, nei dati, più di qualsiasi dichiarazione sul digitale.
Fonti: OECD, PISA 2025 Results Volume I · OECD, comunicato stampa · OECD, Student performance in PISA 2025 · Education International · Chalkbeat, lettura dei risultati USA · Karmactive, il caso australiano
📡 Altri fili
L’Italia tiene mentre il mondo arretra, e la crepa è dove non si guarda
Il dato italiano è, in senso stretto, controcorrente. L’Italia registra 483 in scienze contro una media OCSE di 482, 474 in lettura contro 461, 468 in matematica contro 463, su circa 9.000 quindicenni in 285 scuole. Mentre la media OCSE perdeva 14 punti in lettura e 9 in matematica nel triennio, i punteggi italiani sono rimasti sostanzialmente stabili, e la lettura è ai livelli più alti degli ultimi venticinque anni. I low performer in scienze sono il 22% contro il 25% OCSE. Il ministro Valditara ha rivendicato il sorpasso sulla media internazionale e la riduzione del divario Nord-Sud.
Vale la pena non fermarsi al titolo. Il divario di genere in scienze si è chiuso per la prima volta, con le ragazze in recupero di 11 punti sul lungo periodo, ma resta ampio e speculare altrove: 28 punti a favore delle ragazze in lettura, 17 a favore dei ragazzi in matematica, e 22 a favore dei ragazzi nel problem solving computazionale. Proprio nel dominio nuovo l’Italia è sotto la media, 490 contro 500, ed è l’unico dei quattro indicatori in cui perde il confronto. Gli high performer restano pochi, 4% in lettura contro il 6% OCSE e 7% in matematica contro l’8%.
La crepa vera però è un’altra, e non è cognitiva: solo il 64% degli studenti italiani dichiara di sentirsi parte della propria scuola, contro il 76% della media OCSE, tra i valori più bassi rilevati. Un sistema che regge sugli apprendimenti mentre perde sull’appartenenza sta consumando una riserva che non si ricostituisce da sola.
E quindi, per chi insegna? La tenuta italiana non è un risultato da difendere, è una finestra di tempo da usare. I due deficit misurati sono specifici e attaccabili: il divario di genere di 22 punti nel computazionale si costruisce nelle scelte di attività e di ruoli dentro i lavori di gruppo, non nella testa delle ragazze, e il 64% di appartenenza si muove con interventi di clima di classe molto più economici di qualsiasi riforma. Chi ha un consiglio di classe a settembre ha due indicatori chiari su cui mettere obiettivi.
Fonti: Open, i dati italiani · Il Sole 24 Ore · INVALSI, risultati PISA 2025 · OECD, country note Italia
A Parigi venticinque ministri firmano sull’IA, mentre le università scoprono di non avere una regola
Nella stessa settimana dei risultati PISA, dall’8 all’11 settembre, l’UNESCO ha tenuto a Parigi la Digital Learning Week 2026, con oltre venticinque ministri dell’istruzione e più di mille partecipanti in presenza. L’esito è una dichiarazione ministeriale su “sostenere l’educazione come bene comune nell’era dell’IA”, accompagnata da una raccolta di policy brief su quattro nodi molto concreti: sicurezza dei sistemi di IA, sovranità digitale, modelli di acquisto e di costo, appropriatezza per età. Il principio che tiene insieme il documento è che gli insegnanti usino l’IA per sostenere, non per sostituire, il proprio contributo professionale. I tre assi del programma dicono dove sta andando il dibattito: distinguere i fatti in un’epoca di conoscenza sintetica, le tensioni che l’IA genera dentro i sistemi educativi, le frontiere dell’IA di interesse pubblico e delle tecnologie guidate dalle comunità.
Il giorno dopo, l’istituto UNESCO per l’istruzione superiore in America Latina e Caraibi ha pubblicato i numeri che mostrano quanto sia largo lo scarto tra dichiarazione e governo reale: su 200 istituzioni in 19 paesi, l’87% usa l’IA in qualche forma, il 74% nella didattica e il 57% nella ricerca, ma solo il 26% ha una strategia formale. L’adozione, scrivono, è guidata da singoli docenti, ricercatori e studenti, non da una pianificazione di ateneo. E la frattura è di risorse: le università private hanno di che pianificare e formare il personale, le pubbliche no.
E quindi, per chi insegna? Il rapporto 87 a 26 è la descrizione esatta di quello che succede in moltissimi istituti italiani, e il punto non è morale, è di responsabilità: quando l’uso è diffuso e la regola è assente, il rischio ricade interamente sul singolo docente. Il policy brief più immediatamente utilizzabile è quello sull’appropriatezza per età, perché è l’unico criterio che un collegio può deliberare senza attendere linee guida ministeriali. Il secondo, meno ovvio, è quello sugli acquisti: chi firma un contratto con un fornitore di strumenti educativi sta decidendo dove finiscono i dati degli studenti, e finora quella decisione l’ha presa quasi sempre qualcuno che non l’aveva vista come tale.
Fonti: UNESCO, Digital Learning Week 2026 · UNESCO, dichiarazione ministeriale · Sintesi dello studio UNESCO IESALC · UNESCO IESALC
1.680 attacchi alle scuole in un anno, e la scuola come infrastruttura di sicurezza
L’8 settembre, giornata internazionale per la protezione dell’istruzione dagli attacchi, l’UNESCO ha diffuso il dato annuale: 1.680 attacchi verificati a scuole nel 2025, contro 1.265 nel 2024, un aumento del 33%. Il quadro più ampio, ricostruito dalle Nazioni Unite sulla base del rapporto Education Under Attack, conta almeno 9.259 attacchi all’istruzione in senso lato, oltre 3.600 dei quali diretti a scuole, con più di 10.600 tra studenti e operatori uccisi, feriti o rapiti, e un uso militare degli edifici scolastici quasi raddoppiato.
Il dato che riguarda più da vicino chi si occupa di inclusione è nella coda della statistica: 258 milioni di bambini e adolescenti hanno subito interruzioni dell’istruzione, 93 milioni sono fuori dalla scuola, e le percentuali di esclusione sono il 74% per i bambini rifugiati, il 52% per gli sfollati interni, il 45% per i bambini con disabilità. La disabilità, in contesto di crisi, pesa quasi quanto lo sfollamento.
Fonti: Xinhua, dati UNESCO · UN News, Education Under Attack · UNESCO, notizie istruzione
Il GEM Report mette l’educazione dentro la prevenzione del crimine, con numeri
Il 9 settembre il Global Education Monitoring Report ha pubblicato un’analisi sul rapporto tra istruzione, stato di diritto e criminalità che vale la pena leggere per come sposta il terreno dell’argomentazione. In Svezia ogni anno aggiuntivo di scolarizzazione riduce del 10% le condanne per reati violenti. Negli Stati Uniti un aumento del 10% della spesa per studente si associa a 7,4 arresti in meno ogni 1.000 adolescenti tra i 15 e i 19 anni. Su 90 interventi di educazione alla pace analizzati si osservano miglioramenti significativi nelle capacità di risoluzione dei conflitti.
Dall’altro lato, gli scoperti: solo il 70% dei paesi integra l’educazione giuridica nei curricoli, appena metà dei docenti europei ha ricevuto formazione sui diritti umani, e solo il 2,5% degli accordi di pace firmati dal 1990 menziona il diritto all’istruzione.
Fonti: GEM Report, educazione e criminalità · UNESCO, Q&A su educazione e società giuste
🧭 Tendenze della settimana
Il filo che lega PISA e Parigi è una divaricazione, e conviene nominarla: i sistemi educativi stanno perdendo terreno sulle competenze fondamentali proprio mentre negoziano a livello internazionale il posto dell’IA nelle loro aule. Non sono due agende concorrenti per caso, competono per la stessa risorsa scarsa, che è il tempo di attenzione collettiva di dirigenti e collegi docenti. La settimana scorsa New York e Los Angeles chiudevano l’accesso degli studenti ai generativi; questa settimana venticinque ministri firmano sull’IA come bene comune e l’OCSE certifica che il problema misurabile è la lettura. Tenere insieme queste tre cose è esattamente il lavoro dirigenziale dei prossimi mesi.
Il secondo segnale, più debole ma più interessante, è la dissociazione tra competenza testuale e competenza computazionale. Il 26% di studenti ai livelli alti nel problem solving computazionale contro il 7% in scienze non è un errore di taratura, è la descrizione di ragazzi che sanno iterare, testare e correggere dentro un ambiente strutturato molto meglio di quanto sappiano sostenere un testo continuo. È una notizia ambivalente: significa che esiste una via d’accesso al ragionamento che passa dal fare, e significa che quella via, da sola, non ricostruisce la lettura.
Terzo, una tensione tra ricerca e pratica che questa settimana si è fatta esplicita: la ricerca produce associazioni con caveat, la pratica ha bisogno di regole. Il dato PISA sull’IA (sotto, in “Dalla ricerca”) è un’associazione a U, non una prescrizione. Chi lo userà per vietare e chi lo userà per promuovere lo starà usando male allo stesso modo.
Segnale debole da monitorare: il ritorno del tema appartenenza. Compare nei dati italiani come il punto più basso, compare nel dato australiano su assenteismo e rumore, compare nella lettura di Education International sul bisogno di classi piccole e docenti supportati. Dopo un decennio di attenzione agli apprendimenti misurati, la variabile relazionale sta rientrando dalla finestra come predittore.
🔬 Dalla ricerca
PISA 2025 e l’uso dell’IA: un’associazione a U, non una linea. Il dato più citato della settimana è che gli studenti che non usano chatbot per i compiti tendono a ottenere punteggi più alti di quelli che li usano. Preso così, è fuorviante. L’analisi dei dati OCSE mostra una relazione non lineare: al netto del background socio-economico, chi usa l’IA settimanalmente a scopo di apprendimento ottiene risultati simili a chi non la usa affatto, mentre i punteggi più bassi si concentrano sia in chi la usa quasi ogni giorno sia in chi la usa pochissime volte l’anno. Per attività come sintetizzare e cercare informazioni, gli utilizzatori a frequenza intermedia (da una volta al mese a due volte a settimana) superano entrambi gli estremi. L’eccezione più significativa: gli studenti a cui è stato insegnato a valutare gli output dell’IA ottengono risultati leggermente migliori, e il vantaggio è più marcato proprio tra chi usa l’IA spesso per studiare. L’OCSE insiste che si tratta di associazioni, non di prove di causalità: motivazione, rendimento pregresso, accesso ad aiuto e tipo di compiti assegnati restano confusi con l’uso dichiarato. Il corollario di equità è però pulito e preoccupante: gli studenti avvantaggiati riferiscono più occasioni scolastiche di valutare contenuti generati dall’IA. La competenza che protegge è distribuita esattamente come tutte le altre.
Per chi lavora in classe: l’implicazione operativa non è una soglia oraria, è un’attività. Far criticare a voce alta un output sbagliato dell’IA, chiedendo agli studenti di indicare dove e perché il testo è impreciso, è l’unico comportamento che in questi dati compare associato a un vantaggio. Costa quindici minuti e non richiede alcuno strumento acquistato.
Il divieto di telefono si vede nei dati spagnoli. Nel country note della Spagna compare un dettaglio poco commentato: la distrazione digitale in classe segnalata dagli studenti scende dal 32,8% del 2022 al 29,2% del 2025, un movimento che gli analisti collegano alla diffusione delle regole sui cellulari nelle scuole. Lo stesso documento segnala che quasi il 29% degli studenti spagnoli testati in scienze non stava seguendo alcuna materia scientifica in quell’anno, contro il 7% della media OCSE, e che chi non la seguiva ha ottenuto 479 punti contro 489. È un promemoria metodologico utile quando si leggono le classifiche: parte del divario che si attribuisce alla didattica è architettura curricolare.
📌 Da tenere d’occhio
- I volumi successivi di PISA 2025. Il Volume I copre performance e atteggiamenti; equità, benessere e contesto scolastico arrivano dopo, ed è lì che si vedranno i dati disaggregati su svantaggio socio-economico e resilienza. Da leggere prima che le classifiche diventino argomento politico stabilizzato.
- L’attuazione della dichiarazione ministeriale UNESCO. Una dichiarazione firmata da venticinque ministri si misura su una cosa sola, se entra nei criteri di acquisto e nei quadri di accreditamento. I policy brief su procurement e sovranità digitale sono il test.
- Il dato italiano sull’appartenenza. 64% contro 76% OCSE è il numero più azionabile del country note italiano e il meno citato nella comunicazione istituzionale. Vale la pena vedere se qualcuno lo trasforma in obiettivo.
- La moratoria IA di New York e Los Angeles alla prova dei dati PISA. Due dei maggiori distretti statunitensi hanno chiuso l’accesso degli studenti agli strumenti generativi nella settimana precedente. I dati OCSE sull’uso a frequenza intermedia e sull’insegnamento della valutazione critica offrono un metro di giudizio diverso da quello con cui quelle decisioni sono state prese.
- Il divario di genere di 22 punti nel problem solving computazionale in Italia. È un dominio nuovo, quindi è ancora senza inerzia di policy. È il momento in cui un divario si può correggere prima che diventi struttura.