Perché succede
Di per sé no. Una domanda chiusa è quella che si chiude con un sì, un no o una risposta secca, ed è perfetta quando ti serve un’informazione precisa: se hai mangiato, a che ora torni, di che colore è il muro. Il problema non è la domanda, è il contesto. Nella mia pratica vedo che in famiglia queste domande arrivano una dietro l’altra, e a quel punto smettono di raccogliere informazioni e cominciano a somigliare a un controllo. Tuo figlio capisce in fretta che gli basta una parola per togliersi il fastidio, e quella parola te la dà.
Cosa puoi fare
- Prima di aprire bocca, decidi che cosa vuoi. Un’informazione o una conversazione. Sono due mestieri diversi e chiedono due domande diverse.
- Se vuoi la conversazione, non offrirgli l’uscita. «Com’è andata?» si chiude con «bene». Una domanda che non si può liquidare in una parola tiene aperta la porta.
- Conta le domande che fai di fila. Oltre tre, per chi le riceve non è più un dialogo. Meglio una domanda e cinque minuti di silenzio che quattro domande in due minuti.
- Quando la risposta arriva secca, non rilanciare con un’altra chiusa. La catena incalzante nasce da lì, e finisce sempre con lui che si alza da tavola.
Cosa evitare
Non fare la domanda chiusa quando in realtà stai cercando una conferma: se la risposta che vuoi è evidente, lui la dà per chiudere e non ti ha detto niente di vero. Ed evita di leggere la risposta breve come maleducazione, perché quasi sempre è la forma che la tua domanda gli ha lasciato.
Quando chiedere aiuto
Il monosillabo con te, da solo, non dice molto. Comincia a dire qualcosa se lo stesso silenzio compare anche fuori casa e se, insieme, ha perso interesse per cose che prima gli piacevano, per due settimane quasi tutti i giorni. Guarda anche il modo in cui parla di sé: «che disastro oggi» è una giornata, «tanto io non ho niente da dire» è un’altra cosa. Nei ragazzi il segnale arriva spesso come irritabilità e non come tristezza.