Perché succede
Quello che prova non sta quasi mai nella prima risposta. Il fatto arriva subito perché è facile da dire, l’emozione arriva dopo e solo se nel frattempo la conversazione è rimasta aperta. Nella mia pratica vedo che la maggior parte dei genitori ottiene la cronaca della giornata e si ferma lì, convinta di aver chiesto: manca il secondo giro, che è quello in cui il ragazzo scopre come sta mentre lo racconta.
Cosa puoi fare
- Chiedi come si è sentito, non solo cosa è successo. Sono due domande diverse e vanno fatte tutte e due, in quest’ordine. La prima da sola resta un verbale.
- Passa dal pensiero. «Cosa ti è passato per la testa in quel momento?» Molti ragazzi arrivano all’emozione per questa strada, perché il pensiero è più facile da dire di un sentimento.
- Non commentare la prima risposta. Un «hai fatto bene» o un «avresti dovuto» chiude la porta nel momento esatto in cui si stava aprendo. Il commento, se serve, arriva alla fine.
- Se non risponde, lascia stare. Non insistere sulla stessa domanda alzando il tono. Torna sull’argomento un altro giorno, e vedrai che spesso la seconda volta risponde.
Cosa evitare
Non nominare tu l’emozione al posto suo («eri arrabbiato, si vedeva»): se ci prendi si sente letto, se sbagli deve anche correggerti, e in entrambi i casi smette di cercare la parola da solo. Ed evita di riusare quello che ti ha detto come materiale per un discorso educativo cinque minuti dopo.
Quando chiedere aiuto
Il segnale non è che non ti dice come sta, ma come parla di sé quando lo dice: se «che disastro oggi» diventa «sono un fallito», cioè se il modo di descriversi passa da reattivo a stabile e resta anche nei giorni buoni. Guarda se dura due settimane quasi tutti i giorni, se cala il rendimento senza una ragione, se cambiano sonno o appetito, se si ritira dagli amici.