Perché succede
Moltiplicare i contatti è il modo più naturale di rispondere alla solitudine, ed è anche il meno efficace: cinquanta saluti al giorno non fanno un legame, perché il legame nasce dalla ripetizione e dalla profondità, non dal numero. Nella mia pratica vedo poi un secondo meccanismo: più le conversazioni restano leggere, meno c’è il rischio di essere rifiutati davvero. La rete larga protegge, e proprio per questo tiene tutti a distanza.
Cosa puoi fare
- Guarda che cosa si ripete. Una cosa sola che torna ogni settimana (lo stesso allenamento, lo stesso pomeriggio, la stessa persona) costruisce più di dieci occasioni diverse. Aiutalo a scegliere quella, non ad aggiungerne altre.
- Riduci il numero invece di aumentarlo. Chiedigli: «di tutte le persone che conosci, con chi ti viene più facile stare?» Una persona sola con cui costruire è un obiettivo raggiungibile; un gruppo no.
- Sposta la domanda dal difetto all’episodio. Quando dice «con me non funziona mai», riportalo al fatto concreto: «cosa è successo con quella persona in particolare?» È l’unico spostamento che riapre il futuro, perché un episodio si può cambiare, un difetto no.
- Nomina il calendario immaginario. A sedici anni sembra che ci sia una scadenza: a quest’ora dovrei avere il mio gruppo. Dillo ad alta voce e togli autorità a quella scadenza, che non esiste in nessun posto tranne che nella sua testa.
Cosa evitare
Non svalutare i contatti che ha («ma quelli non sono amici veri»): sono le persone con cui passa le giornate, e sminuirle significa sminuire lui. Ed evita di trasformare la questione in un progetto di miglioramento con obiettivi settimanali: la vicinanza non si organizza come un compito.
Quando chiedere aiuto
Qui il criterio non è il numero di amici ma la reciprocità: pochi amici non è un problema, nessuna relazione in cui dia e riceva lo diventa. Come riferimento, circa tre mesi in cui i legami restano tutti a livello di saluto, e soprattutto il momento in cui lo stare per conto suo smette di essere una scelta e diventa una sconfitta di cui si vergogna.