Perché succede
Le chat danno traffico, non reciprocità. Si possono passare tre ore dentro conversazioni continue e non avere nessuno a cui dire una cosa che conta: è esattamente la condizione che i ragazzi descrivono quando dicono di sentirsi soli mentre sono sempre connessi. La connessione riempie la parte della solitudine che si vede, il tempo vuoto, e lascia intatta quella che pesa, cioè non essere in nessuna relazione in cui dai qualcosa e ricevi qualcosa. Da fuori sembra vita sociale, da dentro è una sala d’attesa.
Cosa puoi fare
- Sposta la domanda su un fatto preciso. Non «come vanno le cose con gli amici», a cui si risponde «bene», ma «che cosa è successo con quella persona?». La domanda sul clima generale non apre niente, quella su un episodio sì.
- Guarda la reciprocità, non il numero. In quali di quelle chat scrive per primo? A chi ha raccontato una cosa che gli è capitata? Pochi amici non è un problema, nessuna relazione in cui dia e riceva lo diventa.
- Tieni un canale minimo e quotidiano senza chiedere niente in cambio. Due minuti alla stessa ora, senza domande sul telefono. La presenza breve e prevedibile funziona meglio della conversazione importante.
- Non trattarlo né da dipendente né da colpevole. Sono le due posizioni che si aspetta e che gli fanno chiudere la porta: la prima gli dice che è rotto, la seconda che deve difendersi.
Cosa evitare
Non proporgli di sostituire le chat con «gente vera»: per lui quelle persone sono vere, e la frase gli dice che non hai capito. E non contare le ore davanti a lui, perché sposta tutto sulla quantità e chiude la conversazione.
Quando chiedere aiuto
Qui non serve una categoria diagnostica, serve la reciprocità. Se per circa tre mesi non c’è nessuna relazione in cui dia e riceva, e la solitudine smette di essere una preferenza per diventare una sconfitta di cui si vergogna, il quadro è cambiato. Se invece c’è esclusione attiva, o qualcuno che lo prende di mira, la soglia salta: si interviene subito, anche con la scuola.