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Dalla collana Genitori senza stress · dal libro 96 giorni per capire tuo figlio

È vero che non si può non comunicare?

Perché succede

Sì, ed è un’idea che viene dalla teoria della comunicazione (Watzlawick, Beavin e Jackson, 1967): in una relazione ogni comportamento è un messaggio, anche il non fare niente. Nella mia pratica vedo che i genitori lo sanno benissimo quando si tratta del figlio («non mi ha detto niente ma ho capito tutto») e se lo dimenticano quando si tratta di sé. Eppure la faccia che fai quando rientra, il fatto di non alzare gli occhi dal telefono, il silenzio a tavola dopo una discussione, arrivano tutti a destinazione. Il punto non è controllarli: è sapere che ci sono, perché lui li sta già leggendo.

Cosa puoi fare

  1. Prima di parlargli, guarda in che stato sei. Se sei arrabbiato o preoccupato lo sta già vedendo, e la frase gentile che pronunci sopra non cancella il resto: al massimo lo confonde.
  2. Tratta il suo silenzio come una risposta e chiediti quale. Non parlare può voler dire «non ho voglia», «non mi fido», «non so come dirlo»: sono tre cose diverse e chiedono tre cose diverse da te.
  3. Nomina lo scarto quando lo vedi. «Mi dici che va tutto bene ma non mi sembra»: è meglio del silenzio e meglio dell’interpretazione tenuta per sé.
  4. Dichiara quello che stai comunicando senza volerlo. «Non sono nervoso per te, è per una cosa mia»: gli togli un peso che si sarebbe caricato lui.
  5. Verifica invece di dedurre. Quello che hai capito dalla sua faccia è un’ipotesi, non un fatto. Dilla ad alta voce e lascia che la corregga.

Cosa evitare

Non usare il silenzio come punizione: è il messaggio che arriva più forte di tutti e quello su cui non si può discutere. Ed evita i manuali che spiegano che cosa significano le braccia incrociate o lo sguardo basso: tuo figlio ha i suoi segnali, non quelli del manuale, e leggerlo con la tabella sbagliata è peggio che non leggerlo.

Quando chiedere aiuto

Se il canale resta muto a lungo, guarda se attorno al silenzio si sta stringendo altro. Sei mesi è il criterio internazionale del ritiro, ma per un genitore quel numero è una trappola: a sei mesi si è consolidato. Muoviti prima, a un mese di rifiuto della scuola o a tre mesi di uscite che si riducono con il sonno spostato sulla notte. Il segnale che cambia il quadro: smette di rifiutare le tue proposte e comincia semplicemente a non registrarle.

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