Perché succede
Dopo qualche anno di convivenza con un figlio ti sei fatto un’idea di lui, e quell’idea comincia a lavorare da sola: decide che cosa noti e che cosa lasci passare. Nella mia pratica vedo che il punto di blocco quasi mai è il ragazzo, è la scena che si ripete: davanti allo stesso comportamento parte la stessa lettura, e dalla stessa lettura la stessa reazione. Cambiare il modo di guardarlo non vuol dire diventare più buoni o più tolleranti. Vuol dire interrompere l’automatismo abbastanza a lungo da vedere qualcosa che prima era coperto.
Cosa puoi fare
- Nota il momento in cui vi arroccate. Durante una discussione arriva un istante preciso in cui ognuno si mette dietro la propria posizione e da lì in poi si difende. Impara a riconoscerlo: è l’unico punto in cui puoi ancora fare qualcosa.
- Guarda la scena dall’alto. Fermati e prova a vederla come la vedrebbe qualcuno che entra in quel momento nella stanza: due persone, non un colpevole e un giudice.
- Chiediti quale bisogno c’è sotto. Sicurezza, essere considerato, contare qualcosa, divertirsi, decidere di sé, riuscire in qualcosa. Passali in rassegna e prova ad appoggiarci sopra quello che ti ha appena chiesto o rifiutato.
- Sposta l’attenzione sul come. Non che cosa è successo, ma come sta reggendo quello che è successo. È il livello su cui una conversazione può ancora fare qualcosa.
- Allarga la vista al contesto. Prima di dare un significato al comportamento, guarda che cosa c’è intorno: la scuola, gli amici, il sonno, qualcosa che è cambiato di recente in famiglia.
Cosa evitare
Non annunciargli che hai deciso di cambiare sguardo: è una promessa che verrà misurata al primo litigio, e al primo litigio l’automatismo torna. Ed evita di girare la lettura fissa dall’altra parte, sostituendo «è sempre il solito» con «è sempre colpa mia»: sono due versioni della stessa scena chiusa.
Quando chiedere aiuto
Mentre cambi lo sguardo tu, guarda come parla lui di sé. Il segnale è il passaggio dall’episodio all’identità: «ho sbagliato» diventa «sono fatto così», e resta anche quando ci sono prove del contrario. La durata indicativa è uno o due mesi, ma conta di più la generalizzazione: dopo un fallimento in un’area comincia a evitarne altre che non c’entrano niente. Senza urgenza, ma senza rimandare oltre il trimestre.