INCLUDE
2026.09.14

INCLUDE — Settimana 14–20 Settembre 2026

TL;DR

Due lavori usciti su JAMA Psychiatry nello stesso mese dicono la stessa cosa da due lati opposti: la categoria si è allargata. Neurodivergente copre venti diagnosi diverse e in un quinto degli studi nessuna, mentre in Danimarca la soglia per ricevere una diagnosi di ADHD o autismo si è abbassata in dieci anni. Intanto in Norvegia le bambine figlie di madri non norvegofone arrivano alla diagnosi con ventinove mesi di ritardo, e in Italia il ministero conferma 55.814 docenti di sostegno sugli stessi alunni.

♿ INCLUDE — Settimana 14–20 Settembre 2026

TL;DR: Due lavori usciti su JAMA Psychiatry nello stesso mese dicono la stessa cosa da due lati opposti: la categoria si è allargata. Neurodivergente copre venti diagnosi diverse e in un quinto degli studi nessuna, mentre in Danimarca la soglia per ricevere una diagnosi di ADHD o autismo si è abbassata in dieci anni. Intanto in Norvegia le bambine figlie di madri non norvegofone arrivano alla diagnosi con ventinove mesi di ritardo, e in Italia il ministero conferma 55.814 docenti di sostegno sugli stessi alunni.


🔴 Segnale forte

La categoria si allarga. L’accesso no.

Il 16 settembre JAMA Psychiatry ha pubblicato una scoping review sulle diagnosi cliniche associate ai termini neurodiversità e neurodivergenza, coordinata da Alessio Bellato e Samuele Cortese (Southampton) con un gruppo che include ricercatori di Bari, della Vanvitelli di Napoli, e rappresentanti di Autism-Europe, ADHD-Europe e del Gruppo Asperger di Milano. Metodo JBI con estensione PRISMA-ScR, quattro database, 134 studi inclusi per 151.134 partecipanti reclutati esplicitamente come neurodivergenti o neurodiversi.

Il risultato è un censimento, e i numeri parlano da soli. Le diagnosi associate al termine sono una ventina: autismo nel 68,7% degli studi, ADHD nel 64,2%, dislessia nel 32,8%, disprassia nel 15,7%, disturbo d’ansia nel 14,9%, discalculia nel 12,7%. Ventinove studi, il 21,6% del totale, non specificano alcuna diagnosi clinica. E il modo in cui i partecipanti sono stati identificati è ancora più istruttivo: nel 41,8% dei casi su diagnosi autoriferita, nel 37,3% su pura autoidentificazione. Meno di un quinto del corpus, dunque, poggia su una valutazione clinica formale.

La conclusione degli autori è chirurgica e non ostile al termine: neurodivergenza e neurodiversità hanno valore per descrivere un’esperienza vissuta e un’identità, ma la loro mancanza di specificità introduce eterogeneità sostanziale quando si fa ricerca su categorie cliniche. Tradotto: usare la parola come contenitore va bene in un contesto identitario e va male in un protocollo, in una commissione di valutazione, in un bando, in un documento scolastico.

Sei giorni prima, sulla stessa rivista, era uscito il lavoro che chiude il cerchio dall’altra parte. Un gruppo di ISGlobal Barcellona e dell’Università di Aarhus ha analizzato i registri danesi su oltre 2,1 milioni di bambini e adolescenti, confrontando 71.000 persone diagnosticate con ADHD o autismo tra il 2012 e il 2022 con 713.000 coetanei senza diagnosi. La domanda era se il profilo di chi riceve la diagnosi sia cambiato nel tempo, e la risposta è sì. Il basso peso alla nascita, che nel 2012 si associava a una probabilità di diagnosi superiore del 54%, nel 2022 vale un 17%. Lo stesso appiattimento si osserva per la prematurità e per gli indicatori di svantaggio socioeconomico. Chi viene diagnosticato oggi assomiglia alla popolazione generale molto più di quanto vi assomigliasse dieci anni fa. Gli autori sono espliciti nel non leggerlo come sovradiagnosi: la popolazione che riceve queste diagnosi è cambiata, il che è un’affermazione descrittiva, non un giudizio.

Messi accanto, i due lavori disegnano un movimento unico su due piani. Sul piano del linguaggio, la categoria si è dilatata fino a includere l’autoidentificazione; sul piano clinico, la soglia si è abbassata fino a includere profili sempre meno marcati. Per chi lavora in classe questo non è un dibattito accademico. Significa che la percentuale di alunni che arriva con un’etichetta è cresciuta mentre l’informazione contenuta in quell’etichetta è diminuita. Un PEI non si scrive su un’identità, si scrive su un funzionamento. E la parola neurodivergente, da sola, non dice cosa fare lunedì mattina.

Fonti: Bellato et al., JAMA Psychiatry, 16 set 2026 · Tarp, Plana-Ripoll et al., JAMA Psychiatry, 10 set 2026 · comunicato ISGlobal, 19 set 2026


📡 Altri fili

Ventinove mesi: il prezzo di essere bambina e parlare due lingue

Se la soglia si è abbassata per tutti, non si è abbassata allo stesso modo per tutti. Il 17 settembre l’University of East Anglia ha rilanciato, insieme all’Università di Oslo, uno studio sul Journal of Attention Disorders che incrocia i questionari genitoriali della coorte norvegese MoBa con il registro nazionale dei pazienti: 70.102 bambini nati tra il 2000 e il 2009, difficoltà attentive rilevate a 3, 5 e 8 anni con scale standardizzate, diagnosi tracciate fino al 2023. Il 6,8% ha ricevuto una diagnosi di ADHD.

Il primo risultato è già un cortocircuito. I bambini multilingui vengono descritti dai genitori come più disattenti dei monolingui, ma non ricevono più diagnosi di ADHD. Il secondo risultato è il numero da tenere: le bambine con madre di lingua diversa dal norvegese arrivano alla diagnosi circa ventinove mesi dopo le coetanee con madre norvegofona. Nelle famiglie migranti il divario tra maschi e femmine si allarga fino a sfiorare i cinque anni. I figli di madri originarie del Sud-est asiatico e del Nord Africa mostrano prevalenze diagnostiche più basse, il che in un sistema come quello norvegese è difficile leggere come minore bisogno.

Il disegno è una coorte prospettica di popolazione con linkage registrico, quindi robusta sulle associazioni e muta sulle cause. Ma la struttura del filtro è visibile: la difficoltà viene percepita, viene anche riferita, e poi non diventa percorso. Da qualche parte tra la percezione del genitore e la porta del servizio qualcosa si ferma, e si ferma soprattutto per le bambine, soprattutto nelle famiglie che parlano un’altra lingua.

Fonti: Köder, Sharma, Rummelhoff, Garraffa, Øie, Journal of Attention Disorders, 2026 · scheda News-Medical, 17 set 2026

La comorbilità è la regola, e l’inattenzione è il canale verso il voto

Il 12 settembre, sul Journal of Psychopathology and Behavioral Assessment, Mayes e colleghi (Penn State) hanno pubblicato il primo confronto diretto tra campione clinico e campione di popolazione sulla co-occorrenza di quattro quadri per cui i bambini vengono mandati in valutazione: ADHD, autismo, disturbo oppositivo provocatorio e compromissione scolastica. 1.601 bambini inviati (6-16 anni), più 665 bambini di comunità e 376 rivalutati in media otto anni dopo, tutti con QI sopra 70, valutati dalle madri con la Pediatric Behavior Scale.

Nel campione clinico il 90% presenta sintomi di due o più di questi quadri. Nel campione di comunità la probabilità di avere due o più elevazioni sintomatologiche è pari a quella di averne una sola. Ma il dato operativamente più utile è la dissociazione: l’inattenzione è correlato unico e significativo sia della compromissione scolastica riferita sia dei punteggi ai test standardizzati di lettura e matematica, mentre l’iperattività e l’impulsività sono correlato unico del comportamento oppositivo.

Sono due leve diverse per due problemi diversi. Quando in classe il problema è il rendimento, la variabile da guardare è l’attenzione, non l’irrequietezza. Quando il problema è il conflitto con l’adulto, vale il contrario. Il consiglio di classe che chiede il sostegno perché il ragazzo disturba, e quello che lo chiede perché il ragazzo non produce, stanno parlando di due meccanismi distinti anche quando l’etichetta è la stessa.

Fonti: Mayes, Villalongo Andino, Mattison, Waschbusch, J Psychopathol Behav Assess, 12 set 2026

Dopo la scuola: il Canada misura vent’anni di inclusione e trova progressi con un tetto

Sempre il 12 settembre, il Journal of Autism and Developmental Disorders ha pubblicato un’analisi dei cicli 2017 e 2022 della Canadian Survey on Disability su titoli di studio e occupazione delle persone con disabilità dello sviluppo e autismo, condotta da un gruppo di McMaster e Calgary con linkage al censimento. Il quadro è di miglioramento reale e insufficiente: tra il 2017 e il 2022 istruzione e occupazione salgono, ma il divario rispetto alle persone con altre disabilità e rispetto a chi non ha disabilità resta. La differenza chiave che gli autori isolano riguarda l’accesso agli adattamenti e ai supporti, in entrambi gli ambienti, scuola e lavoro.

È il tipo di dato che manca strutturalmente in Italia. Noi sappiamo quanti alunni con disabilità sono iscritti e quanti docenti di sostegno vengono assegnati. Non sappiamo quasi nulla, in modo sistematico e ripetuto nel tempo, di cosa succede a quegli stessi ragazzi cinque o dieci anni dopo il diploma.

Fonti: Minuk, Fyie, Roth, Zwicker, JADD, 12 set 2026


🔬 Paper della settimana

Cowan N., Alt M., Levy R., Romeo S., Gray S., “Immediate memory of list items and their order in children with or without dyslexia”, Research in Developmental Disabilities, 19 settembre 2026. DOI: 10.1016/j.ridd.2026.105384

Domanda. Nella dislessia il problema di memoria immediata riguarda quanti elementi si trattengono o l’ordine in cui si trattengono? E questa distinzione cambia con l’età e con la presenza di un disturbo del linguaggio associato?

Metodo. 677 bambini statunitensi di lingua inglese dalla prima alla quarta elementare, categorizzati non su diagnosi clinica ma su test standardizzati: 470 a sviluppo tipico, 165 con sola dislessia, 42 con dislessia più disturbo del linguaggio (DLD). Batteria con span standard e running span su serie di cifre, posizioni spaziali e forme, quindi materiale verbale e non verbale in parallelo. Le misure separano la quantità di elementi richiamati indipendentemente dalla posizione e la perdita che si registra quando si contano anche gli errori di ordine, sia in rapporto sia in differenza.

Risultati. Emerge una dissociazione che il singolo punteggio di memoria di lavoro nasconde. Per lo span di cifre le differenze tra gruppi compaiono nelle misure di ritenzione degli elementi; per le altre misure le differenze sono massime sull’informazione di posizione seriale. Sul piano evolutivo i due profili divergono: nei bambini con sola dislessia il divario rispetto ai pari si riduce nelle classi più alte, mentre nel gruppo dislessia più DLD uno dei divari si amplia con l’età.

Cosa significa in classe. La certificazione DSA italiana riporta abitualmente la memoria di lavoro come un indice, spesso un numero unico, e su quel numero si giustificano strumenti compensativi generici. Questo studio dice che dietro lo stesso indice possono esserci due difficoltà diverse: trattenere il materiale, oppure trattenerne la sequenza. Sono due cose che richiedono compensazioni diverse. Se il problema è la sequenza, la tabella delle procedure, il passo numerato e la consegna scritta valgono più della sintesi vocale. Se il problema è la capacità verbale, vale il contrario. E il dato evolutivo ha una implicazione sgradevole ma utile: la comorbilità con il disturbo del linguaggio non è una sfumatura, è la variabile che decide se il gap si chiuderà da solo o si allargherà.


🇮🇹 Ponte Italia

La notizia italiana della settimana è del 16 settembre e riguarda la continuità. Il ministero ha comunicato 55.814 conferme di docenti supplenti di sostegno per l’anno scolastico 2026/2027, 9.520 in più rispetto alle 46.294 dell’anno precedente, sulla base del DL 71/2024 e del DM 32/2025, con richiesta della famiglia entro il 31 maggio e conferma amministrativa entro il 15 giugno. È una misura che funziona nella direzione giusta e va detto, perché la rotazione annuale dell’insegnante di sostegno è stata per vent’anni il difetto strutturale del nostro modello. Vale però la pena tenere insieme questo dato e il filo di apertura: stiamo stabilizzando la relazione educativa sugli alunni che già hanno la certificazione, mentre la letteratura di questa settimana dice che il problema si sta spostando su chi la certificazione la ottiene tardi, o non la ottiene.

La seconda partita italiana è la digitalizzazione del PEI sulla piattaforma SIDI, obbligatoria per l’anno 2026/2027, con approvazione e firma digitale entro il 31 ottobre, verifica intermedia tra gennaio e febbraio e verifica finale entro il 30 giugno, nel quadro che unisce il DLgs 66/2017, il DM 182/2020, il DM 153/2023 sul GLO e il DLgs 62/2024 che porta dentro il Progetto di Vita. La piattaforma guida la compilazione sulle quattro dimensioni note, relazione e socializzazione, comunicazione e linguaggio, autonomia e orientamento, cognitiva e neuropsicologica. Il rischio è quello di ogni standardizzazione digitale: che il menu a tendina diventi il pensiero. Il paper di Cowan è un buon antidoto, perché mostra quanto contenuto operativo si perde quando una funzione complessa diventa una voce.

Terzo punto, sul linguaggio. La review di Bellato ha tra i coautori il Gruppo Asperger di Milano e ricercatori di Bari e Napoli, il che significa che l’Italia è dentro questo dibattito e non lo sta subendo. È un buon momento per farlo arrivare nelle scuole, dove la parola neurodivergente sta entrando rapidamente, spesso portata dalle famiglie e dai ragazzi stessi, a volte come autodefinizione senza alcun percorso diagnostico alle spalle. La postura corretta non è respingerla, è tenerla al suo posto: preziosa per dire chi sono, inutilizzabile per dire cosa serve.


🧭 Tendenze della settimana

La tensione che attraversa tutti e quattro i fili è la stessa, ed è una tensione fra estensione e precisione. La categoria si allarga, nel linguaggio (venti diagnosi sotto un cappello, un quinto degli studi senza nessuna) e nella clinica (soglia diagnostica in discesa in Danimarca). L’allargamento è in sé una buona notizia, perché significa che profili prima invisibili vengono visti. Ma produce due effetti collaterali che questa settimana si vedono bene. Il primo è la perdita di informazione operativa: più la categoria è larga, meno il fatto di appartenervi orienta l’intervento, e il lavoro di specificazione si sposta interamente sulla scuola. Il secondo è che l’allargamento non è equo. Si allarga verso chi ha già accesso, e lascia fuori le stesse persone di prima: le bambine, le famiglie che parlano un’altra lingua, i contesti lontani dai servizi.

C’è poi un movimento più sottile, che è epistemico. Tre dei quattro studi di questa settimana (Bellato, Mayes, Cowan) fanno la stessa mossa metodologica: smontano una categoria in componenti misurabili. Le diagnosi sotto il termine ombrello. L’inattenzione separata dall’impulsività. La ritenzione degli elementi separata dall’ordine seriale. È il segno di un campo che, dopo un decennio di espansione delle etichette, sta tornando a chiedere di cosa siano fatte. Per chi lavora in classe questo è il verso giusto, perché le etichette non si insegnano e i meccanismi sì.


📌 Da tenere d’occhio