Tre numeri, tutti veri. Perché sul femminicidio non riusciamo a parlare della stessa cosa
Ministero dell’Interno 8, Istat 106, Non Una Di Meno 40: tre numeri pubblicati nello stesso mese, tutti veri, che misurano tre oggetti diversi. Qui si smonta la guerra dei conteggi, si guarda cosa fa davvero la legge 181/2025, e si mette alla prova la tesi del patriarcato protettivo con i dati globali e con il paradosso nordico. Il numero che nessuno cita per intero: le donne uccise da partner o ex sono 63 nel 2023, 62 nel 2024, 62 nel 2025. Il calo complessivo è avvenuto tutto fuori da lì.
La guerra dei conteggi, la legge del 2025, il patriarcato protettivo e il muro dei tassi base: quello che i dati dicono e quello che nessuno dei due schieramenti vuole sentirsi dire. Tempo di lettura circa 25 minuti.
Nell’estate del 2026, in Italia, se hai cercato di capire quanti femminicidi ci sono stati hai trovato tre risposte incompatibili, pubblicate nello stesso mese da fonti tutte legittime.
Il Ministero dell’Interno, nel report sul primo semestre, ne conta 8. L’Istat, sull’ultimo anno consolidato, ne stima 106. L’osservatorio di Non Una Di Meno, aggiornato ad agosto, ne censisce 40 su 49 casi tracciati.
Nessuno dei tre sta mentendo. Nessuno dei tre sta usando dati sbagliati. E questa è precisamente la ragione per cui il dibattito pubblico su questo tema è diventato illeggibile: due schieramenti che si accusano reciprocamente di falsificare i numeri stanno in realtà misurando tre oggetti diversi con tre strumenti costruiti per scopi diversi.
Quello che segue è un tentativo di rimettere ordine. Non è un pezzo di parte, e non arriverà a dirti chi ha ragione, perché su alcune delle domande in gioco i dati decidono e su altre no. Ma è possibile dire con precisione quali domande i dati chiudono e quali no, e questo, da solo, elimina forse due terzi della rissa.
📌 In sintesi
- Le domande in campo sono tre e distinte: cosa conta come femminicidio, quanti sono, se la nuova legge li ha ridotti. Vengono continuamente impastate, e da lì nasce la confusione.
- Lo slogan “un femminicidio al giorno” è falso, e non è nemmeno la posizione delle fonti femministe: la cifra reale è storicamente attorno a uno ogni tre giorni.
- Il numero che non si muove: le donne uccise da partner o ex sono state 63 nel 2023, 62 nel 2024, 62 nel 2025. Il calo complessivo del 2025 e del 2026 è avvenuto interamente fuori da questo nucleo.
- Il calo del 37% nel primo semestre 2026 è reale ma quasi certamente non causato dalla legge, per cinque ragioni tecniche. Chi dice “sono solo etichette” però sbaglia a sua volta: il totale è omogeneo e il calo esiste.
- Sulla tesi del patriarcato protettivo i dati globali sono schiaccianti in senso contrario. Ma la tesi opposta, nella sua versione slogan, non è supportata dentro l’Europa occidentale, e vale la pena capire perché.
- Il problema più grave e meno discusso non è la pena: è che lo stesso Stato che introduce l’ergastolo, in sede civile, riapre il canale di contatto che in sede penale ha appena chiuso.
👉 I numeri sono anche navigabili. I tre conteggi a confronto, la serie storica e il confronto internazionale stanno in una dashboard interattiva: I numeri del femminicidio.
Parte prima. Che cosa conta come femminicidio
Il termine nasce in ambito accademico femminista negli anni Settanta e indica l’uccisione di una donna in quanto donna. Da lì in poi si sono stratificati tre livelli che non coincidono e che oggi convivono nello stesso dibattito senza che nessuno segnali il cambio di registro.
Il livello sociologico è il più ampio: il femminicidio come esito terminale di una struttura di dominio. Gli osservatori dei movimenti contano su questa base, leggendo la cronaca in tempo reale. È il conteggio più criticato, in parte a ragione: vi finiscono dentro casi eterogenei, e chi lo contesta osserva che comprende anche donne uccise da altre donne o stragi familiari con vittime di entrambi i sessi. È un conteggio costruito per rendere visibile un fenomeno, non per reggere in tribunale, e va letto per quello che è.
Il livello statistico è quello dell’Istat, ed è il più solido dal punto di vista metodologico. Dal 2019 l’Istat stima i femminicidi seguendo lo standard internazionale UNODC, incrociando relazione tra vittima e autore, movente e ambito dell’omicidio a partire dal database del Ministero dell’Interno. Nel 2024: 106 femminicidi presunti su 116 omicidi con vittima donna, di cui 62 nell’ambito della coppia, 37 per mano di un altro parente, 7 classificati per l’accanimento sul corpo.
Il livello giuridico esiste solo da pochi mesi. La legge 181/2025 ha introdotto l’articolo 577-bis del codice penale, che tipizza come reato autonomo l’uccisione di una donna motivata dall’odio di genere. Qui il numero crolla, perché serve provare qualcosa: nel primo trimestre 2026 i procedimenti aperti con questa ipotesi di reato sono stati 3 su 15 omicidi di donne.
Tre, 106, 40. Non sono tre errori. Sono tre strumenti tarati su tre domande.
La malafede, quando c’è, sta in due mosse speculari: usare il numero giudiziario per negare il fenomeno sociale, oppure usare il numero sociale per rivendicare l’efficacia di una norma penale.
Una precisazione necessaria: “un femminicidio al giorno”
Circola, ed è falsa. Non è nemmeno la formula del movimento femminista italiano, che parla storicamente di una donna uccisa ogni tre giorni. La verifica è stata fatta anni fa: gli omicidi di donne erano circa uno ogni tre giorni, i femminicidi intesi come omicidi in ambito familiare o affettivo circa uno ogni tre giorni e mezzo. Curiosamente, la versione “una al giorno” è stata pronunciata da una parlamentare di destra, non da un’attivista.
Chi ha in testa quella cifra sta probabilmente ricordando un dato diverso: nel 2024 il Ministero della Salute ha registrato 19.518 accessi di donne in pronto soccorso con indicazione di violenza, in aumento del 13,3% sull’anno precedente. Sono circa 53 al giorno. Ma sono violenze, non omicidi. Confondere le due misure è metà del problema.
Parte seconda. I numeri, e quello che non si muove
Gli omicidi in Italia sono in calo strutturale da trent’anni. Ma il calo non è distribuito in modo uniforme tra i sessi, e l’Istat lo segnala esplicitamente: gli omicidi maschili, legati a criminalità comune e organizzata, sono crollati, mentre il numero di donne uccise per motivi di genere in ambito familiare o affettivo non ha mai registrato una riduzione paragonabile. Sul ventennio 2000-2019 l’Eures conta 3.230 donne uccise, di cui 2.355 in ambito familiare e 1.564 per mano di partner, coniuge o ex.
Ecco la serie Istat degli ultimi anni (femminicidi presunti su totale donne uccise):
| Anno | Femminicidi presunti | Donne uccise |
|---|---|---|
| 2019 | 101 | 111 |
| 2020 | 106 | 116 |
| 2021 | 104 | 119 |
| 2022 | 105 | 126 |
| 2023 | 96 | 117 |
| 2024 | 106 | 116 |
Il dato del Viminale sul 2025 registra 97 vittime donne su 286 omicidi volontari, in calo del 18%, di cui 85 in ambito familiare o affettivo (l’87,6%) e 62 per mano di partner o ex.
Ed è qui che compare il numero che nessuna delle due tifoserie ama citare per intero: le donne uccise da partner o ex partner sono state 63 nel 2023, 62 nel 2024, 62 nel 2025. Il 63 e il 62 del biennio 2023-2024 sono stime Istat, il 62 del 2025 viene dal report del Ministero dell’Interno, quindi da una banca dati diversa; per il 2023 alcune elaborazioni giornalistiche riportano 64. Lo scarto di una unità non cambia nulla, ed è anzi la ragione per cui vale la pena dirlo: tre anni, tre cifre praticamente identiche, mentre il totale delle donne uccise scendeva sensibilmente.
Tradotto: il calo è reale, ma è avvenuto interamente fuori dal nucleo duro del fenomeno. Il nucleo duro non si è mosso.
Questo mette in difficoltà entrambe le narrazioni. Chi parla di emergenza in crescita ha torto sui numeri assoluti. Chi dice che il problema si sta risolvendo ha torto sulla parte che conta.
Una nota sulla qualità dei dati
Vale la pena dirlo, perché è l’ammissione che rende credibile tutto il resto: le fonti non coincidono nemmeno tra loro. Per il 2024, l’Istat conta 116 donne uccise, altre elaborazioni su banche dati delle forze dell’ordine ne riportano 118 o 119. Vale anche per il numero appena citato: 63 o 64 uccise da partner nel 2023, a seconda di chi conta. Non è un complotto, sono database diversi, con tempi di consolidamento e criteri di classificazione diversi. Ma significa che chiunque brandisca uno scarto di due o tre unità come prova di qualcosa sta facendo rumore, non analisi.
Parte terza. La legge del 2025: cosa fa davvero
La Camera ha approvato all’unanimità il 25 novembre 2025 e la legge 181/2025 è entrata in vigore il 17 dicembre. Oltre all’articolo 577-bis, che punisce con l’ergastolo l’uccisione di una donna commessa come atto di odio, discriminazione, prevaricazione, controllo, possesso o dominio in quanto donna, o in relazione al rifiuto di instaurare o mantenere un rapporto affettivo, il testo introduce nuove aggravanti, la confisca obbligatoria, modifiche processuali su misure cautelari e informazione alla persona offesa, tutele per gli orfani, comunicazioni obbligatorie ai familiari in caso di scarcerazione, formazione obbligatoria per magistrati e operatori sanitari, e l’obbligo di una relazione annuale del Ministro della giustizia alle Camere.
C’è però un dato strutturale che spiega gran parte delle critiche: l’obiettivo è perseguito attraverso un investimento pressoché esclusivo nell’apparato punitivo, con clausola di invarianza finanziaria salvo eccezioni limitate. Cioè quasi tutto a costo zero.
La doppia critica, ed è la cosa politicamente più interessante
I penalisti. La maggioranza della dottrina contesta la non necessità di una nuova fattispecie, dato che i reati esistenti già coprivano quei casi con la sanzione massima, e parla di sconfinamento nel diritto penale simbolico, incompatibile con i principi di legalità, materialità e offensività. Hanno pubblicato interventi critici, tra gli altri, Fiandaca, Donini, Bartoli, Pugiotto e Manes, e l’Unione Camere Penali ha parlato di norma propagandistica che privilegia la punizione trascurando prevenzione e politiche integrate. L’obiezione più tagliente riguarda la prova: secondo Manes, la commissione di un femminicidio come atto di discriminazione non è suscettibile di verifica empirica.
I centri antiviolenza e il movimento femminista. Stessa diagnosi, prescrizione opposta. Non ci sono risorse a bilancio per la prevenzione, e D.i.Re osserva che l’inasprimento delle pene non agisce come contrasto mentre la prevenzione sì. Non Una Di Meno definisce l’approccio punitivista una scelta di propaganda, che mostra il pugno di ferro con l’ergastolo mentre restringe l’educazione sessuo-affettiva a scuola.
Da un lato “è troppo penale e mal scritta”, dall’altro “è solo penale e non basta”. Convergono nel definirla simbolica, divergono su cosa metterci al posto.
La difesa migliore della legge non è la deterrenza
È la nominazione, e con essa la misurabilità. Nel report del Viminale sul primo trimestre 2026 compare per la prima volta la parola femminicidio, che prima non era mai stata usata, e i procedimenti per femminicidio vengono separati dagli omicidi volontari.
C’è un paradosso qui che vale più di molte polemiche: una legge accusata di essere solo un’etichetta ha prodotto la prima statistica giudiziaria dedicata che l’Italia abbia mai avuto. Se tra dieci anni avremo una serie storica affidabile sul fenomeno, sarà nata qui.
Parte quarta. Il calo del 2026 non dimostra quello che gli si fa dire
I numeri: nel primo semestre 2026 gli omicidi volontari con vittime di sesso femminile, sommati ai femminicidi, scendono da 54 a 34, meno 37%. Delle 34 vittime, 26 sono classificate come omicidio volontario e 8 come femminicidio.
Contro l’interpretazione “merito della legge” ci sono cinque obiezioni, e sono forti.
1. Il tempo non torna. La legge è in vigore da metà dicembre 2025, ma il calo era già cominciato prima: nel 2025 le vittime donne erano già scese del 18%, e il report sul primo trimestre 2025, molto prima della legge, registrava già un meno 35% sull’anno precedente. Attribuire a una norma un trend iniziato un anno prima è un errore elementare di attribuzione.
2. Il calo non è specifico. Nello stesso semestre gli omicidi volontari totali calano del 15,3%, i furti dell’11,4%, le rapine del 12,3%, le violenze sessuali del 7,1%, le truffe informatiche del 9,5%. Cala anche il numero di omicidi di uomini, ed è difficile immaginare un nesso causale tra quello e una legge sul femminicidio. Se una terapia specifica coincide con il miglioramento di dieci sintomi scorrelati, la terapia probabilmente non è la causa.
3. I numeri sono troppo piccoli. Uno scarto del 37% corrisponde a 20 unità su base semestrale. Con eventi rari la varianza casuale è enorme, e la regressione verso la media fa il resto. Un semestre non è una tendenza.
4. La serie è discontinua. Si confrontano 54 casi contati con una griglia e 34 contati con un’altra, in un anno in cui il perimetro giuridico è cambiato.
5. Il meccanismo è implausibile proprio qui. La deterrenza marginale agisce meglio sui reati calcolati che su quelli impulsivi in contesto intimo. E in questo ambito una quota rilevante di autori non intende sopravvivere: secondo l’Istat il femminicidio nella coppia o per mano di familiari è seguito dal suicidio dell’autore in poco meno di un terzo dei casi, e considerando solo gli omicidi nella coppia si arriva al 34%. Nel 2024, dei 25 orfani minori stimati, 17 avevano perso anche il padre, suicida. Un uomo che si uccide subito dopo non è deterribile con l’ergastolo.
Però anche l’obiezione degli oppositori, così com’è formulata, è sbagliata
“Sono solo etichette, i numeri restano quelli” non regge. Il confronto tra 54 e 34 è tra due totali omogenei di donne uccise, non tra due etichette: il calo del semestre è reale, non è un artificio contabile. Se fosse solo riclassificazione vedremmo casi migrare da una casella all’altra a totale invariato, e non è quello che accade.
L’artificio riguarda semmai il sotto-conteggio dei femminicidi in senso giudiziario, che non è confrontabile con nulla perché prima non esisteva, e che si presta a essere usato scorrettamente in entrambe le direzioni: come prova che il fenomeno è marginale, o come prova che viene occultato.
La formulazione corretta è più modesta e più solida: il calo è reale, probabilmente non è causato dalla legge, è troppo breve per essere un trend, e non tocca il segmento su cui la legge dichiarava di voler incidere.
Un’ultima nota su un argomento che circola: i Paesi con una legislazione specifica sul femminicidio hanno tassi più alti, quindi la legislazione non serve. La replica non è morale ma statistica: è causalità inversa. Messico, Guatemala e Argentina hanno introdotto il feminicidio perché avevano tassi altissimi, non viceversa. È come dire che gli ospedali causano le malattie perché dove ci sono più ospedali muore più gente.
Parte quinta. Il “Patriarcato Romano” e la tesi della protezione
Il movimento Futuro Nazionale ha portato nel dibattito una tesi che merita di essere presa sul serio, cioè esaminata invece che schernita. Nel suo manifesto si sostiene che si debba proteggere e non criminalizzare il modello del patriarcato mediterraneo, orientato alla formazione di maschi forti capaci di dominare emozioni e passioni, che proteggono le donne e si offrono per la costruzione e la difesa della società, e si propone di intervenire sulle falle procedurali del Codice Rosso garantendo protezione immediata e tempi certi. Il movimento respinge il reato autonomo di femminicidio e considera il femminismo responsabile della contrapposizione tra uomini e donne.
Sono affermazioni distinte, con basi empiriche molto diverse. Vanno trattate separatamente.
A scala globale, la tesi non regge
Se un ordine patriarcale protettivo riducesse i reati contro le donne, dovremmo vedere meno uccisioni di donne dove il patriarcato è più forte. Vediamo esattamente l’opposto, con un gradiente pulito.
Il rapporto UNODC e UN Women del 2025 stima il tasso più alto di femminicidi da partner o familiari in Africa (3 per 100mila donne), seguita da Americhe (1,5), Oceania (1,4), Asia (0,7) ed Europa (0,5). Sulla violenza non letale il gradiente è identico: l’OMS registra la prevalenza più alta di violenza da partner in Oceania (37%), Africa subsahariana (32%) e Asia meridionale (31%), con l’Oceania esclusa Australia e Nuova Zelanda che arriva al 38% di prevalenza nell’ultimo anno, più del triplo della media globale.
Questa è la mappa delle società con gli assetti di genere più rigidamente gerarchici del pianeta. Non è una correlazione debole: è un ordine di grandezza tra il primo e l’ultimo posto. Se il patriarcato protettivo funzionasse come dispositivo di sicurezza, l’Asia meridionale sarebbe il posto più sicuro al mondo per una donna.
Dentro l’Europa occidentale, però, la tesi opposta non regge
E questo è il punto che chi la contesta spesso non conosce, o preferisce non citare.
Esiste un fenomeno documentato con un nome proprio: il paradosso nordico. I Paesi nordici sono i più egualitari al mondo e hanno contemporaneamente tassi di prevalenza sproporzionatamente alti di violenza da partner. Nell’indagine europea FRA del 2014, contro una media UE del 22% di prevalenza lifetime di violenza fisica o sessuale da partner, la Danimarca era al 32%, la Finlandia al 30%, la Svezia al 28%. Italia e Spagna nella fascia bassa.
L’obiezione ovvia è che si tratti di un artefatto: in Svezia si denuncia e si nomina di più. È l’obiezione giusta, ed è stata testata. Uno studio psicometrico che ha confrontato Svezia e Spagna ha concluso che la maggiore prevalenza svedese riflette differenze reali e non è il risultato di bias di misurazione. Il paradosso non si liquida accusando i dati.
Quindi lo slogan “dove il patriarcato è ridotto ci sono meno reati contro le donne”, così com’è formulato, è empiricamente falso.
Ma l’appiglio si sfalda quando si guarda il meccanismo
Primo, un problema di denominatore. Un’analisi europea conclude che la prevalenza di violenza da partner tende a essere più alta nei Paesi più egualitari perché la formazione e la dissoluzione delle unioni avvengono più spesso, non perché gli uomini siano necessariamente più violenti. In una società dove le donne lasciano facilmente ci sono più relazioni, quindi più esposizione, e soprattutto più separazioni, che sono la finestra di rischio più alta in assoluto. Non è una difesa del patriarcato: semmai misura quante donne riescono ad andarsene.
Secondo, cambia la forma della violenza. Nei dati FRA, nei Paesi con maggiore parità le donne riportano livelli più bassi di violenza classificabile come controllo coercitivo o terrorismo intimo. È la distinzione clinicamente decisiva: un episodio in una relazione paritaria che si rompe non è la stessa cosa di un regime di controllo permanente. Aggregare tutto in un’unica percentuale cancella proprio la dimensione che il concetto di patriarcato serve a descrivere.
Terzo, il backlash. Tra le spiegazioni sul tavolo c’è la reazione maschile alla maggiore parità delle donne. È la più scomoda per entrambi, perché dice che la transizione verso la parità è un periodo di rischio elevato, non che la parità sia il problema. La curva potrebbe essere a U, con il picco nel passaggio.
E c’è il caso italiano, che nessuno dei due schieramenti maneggia bene: l’Italia è culturalmente più tradizionale della Svezia e ha uno dei tassi di omicidio di donne più bassi d’Europa. Ma quel dato dipende in larga misura dal fatto che l’Italia ha un tasso di omicidi bassissimo in assoluto (0,57 per 100mila abitanti nel 2023, tra i più bassi dell’Unione), mentre la quota di donne uccise da partner ed ex è ferma. L’Italia non è sicura per le donne perché ha buoni assetti di genere: è sicura perché ha poca violenza omicidiaria in generale, e la componente di genere è precisamente quella che non scende. Confondere questi due canali causali genera metà della confusione pubblica.
Il punto che demolisce specificamente il modello “protezione”
Non riguarda le correlazioni, riguarda l’architettura logica della proposta.
Il modello è: uomini forti che proteggono donne deboli da una minaccia. La domanda è: quale minaccia, e dove sta?
A livello globale il 60% delle donne uccise intenzionalmente lo è per mano di partner o familiari, contro l’11% degli omicidi maschili. In Italia, nel 2025, l’87,6% delle donne uccise lo è stata in ambito familiare o affettivo. La formulazione UNODC è che per le donne la casa resta il luogo più pericoloso.
Quindi la figura a cui il modello assegna il ruolo di protettore coincide statisticamente con la categoria da cui il rischio proviene. Non è una battuta polemica, è un errore di threat model. Stai progettando un sistema di sicurezza in cui il guardiano designato è anche l’attore di minaccia dominante e gode di accesso privilegiato permanente. Qualunque ingegnere della sicurezza ti direbbe che questa architettura non si aggiusta dando più autorità al guardiano. Il pericolo esterno da cui il patriarcato protettivo dichiara di difendere, lo sconosciuto, il predatore, la minaccia straniera, è statisticamente la componente più piccola del fenomeno.
E su quella specifica ideologia esistono dati
“Maschi forti che proteggono le donne in quanto sesso debole” non è un’immagine vaga: è la definizione operativa di un costrutto misurato da trent’anni. Il sessismo benevolo è un’ideologia cavalleresca soggettivamente favorevole, che offre protezione e affetto alle donne che accettano i ruoli convenzionali, e comprende il paternalismo protettivo. Non è l’opposto del sessismo ostile: nelle rilevazioni cross-culturali i due correlano tipicamente tra .40 e .50.
Uno studio su 62 nazioni ha trovato che sia il sessismo ostile sia quello benevolo correlano con l’accettazione della violenza da partner, e che entrambi correlano con esiti nazionali disfunzionali: tendenze antidemocratiche, minore produttività, più violenza collettiva, minore aspettativa di vita in salute per entrambi i generi.
La ragione teorica è che la protezione è condizionale: viene estesa alla donna che sta nel ruolo e ritirata da quella che ne esce. E lo scenario tipico del femminicidio è precisamente quello dell’uscita dal ruolo: la donna che lascia, rifiuta, si separa. È scritto perfino nella nuova norma italiana, che include il fatto commesso in relazione al rifiuto della donna di instaurare o mantenere un rapporto affettivo.
Cosa c’è di difendibile nella posizione di Futuro Nazionale
Sarebbe disonesto non dirlo.
Il rifiuto del reato autonomo di femminicidio non è una stranezza: è la posizione della maggioranza della dottrina penalistica italiana, per ragioni di determinatezza e di rifiuto del diritto penale simbolico. Che un movimento politico ci arrivi per ragioni diverse non rende la conclusione sbagliata. Si valuta l’argomento, non chi lo porta.
E la parte operativa del manifesto, quella sulle falle procedurali del Codice Rosso e sui tempi certi di protezione, è la più supportata dall’evidenza disponibile. È anche, paradossalmente, la stessa cosa che chiedono i centri antiviolenza. Il caso empirico più solido di riduzione della violenza letale in Europa è la Spagna, che dal 2004 ha costruito un approccio olistico con tribunali specializzati, misure preventive e sostegno su welfare, casa, lavoro e affido. Il punto scomodo è che la Spagna ci è arrivata muovendosi nella direzione opposta al patriarcato protettivo, e la sua legge definisce la violenza di genere come espressione della discriminazione e dei rapporti di potere tra i sessi.
Il bilancio onesto
A scala globale i dati contraddicono la tesi del patriarcato protettivo in modo schiacciante. Dentro l’Europa occidentale la tesi opposta, nella sua versione slogan, non è supportata, e il paradosso nordico è reale.
Ma resta un salto logico che nessun dato copre. Dal fatto che la parità non riduca automaticamente la violenza non discende che la disuguaglianza la riduca. Sono due proposizioni diverse, e la seconda non ha un solo caso storico documentato a supporto: non esiste una società che abbia ridotto la violenza contro le donne aumentando l’autorità maschile.
Parte sesta. Quello che non si discute, e che conta di più
Un terzo degli autori si uccide
Il dato del 31,3% (34% nella sola coppia) demolisce silenziosamente metà del dibattito sulla pena, ma apre un terreno che nessuno dei due schieramenti presidia. Quella quota di casi è clinicamente più vicina a un omicidio-suicidio depressivo che a un atto di dominio calcolato, pur restando un femminicidio nel movente possessivo. Il campo progressista non la tratta perché sembra concedere un’attenuante psicologica; il campo conservatore non la tratta perché richiederebbe di parlare di salute mentale maschile in termini di servizi, non di virilità.
La catena di segnalazione si spezza fuori dal penale
È il dato più istruttivo di tutti. Nel biennio 2017-18, su 211 femminicidi, solo il 15% delle vittime aveva denunciato, ma il 35% aveva confidato a qualcuno le condotte violente di chi poi l’avrebbe uccisa. In un terzo dei casi parenti, amici, vicini, colleghi, medici, insegnanti, psicologi sapevano.
Il collo di bottiglia non è la pena e non è nemmeno la denuncia. È quello che succede tra il momento in cui una donna dice qualcosa a qualcuno e il momento in cui quel qualcuno sa cosa farne. Da lì passa il doppio dei casi che passano dalla denuncia.
La contraddizione interna dello Stato
Lo stesso ordinamento che introduce l’ergastolo, in sede civile produce provvedimenti che rimettono la donna in contatto obbligato con l’uomo violento. Il GREVIO, l’organismo di monitoraggio della Convenzione di Istanbul, ha segnalato che i tribunali italiani spesso non individuano i casi di violenza o tendono a ignorarli, soprattutto nelle decisioni sull’affido, prediligendo in modo talvolta ingiustificato l’affidamento condiviso e chiedendo alla donna un accordo amichevole con il maltrattante, senza screening né valutazione del rischio, assimilando la violenza a mera conflittualità. Ha rilevato anche l’assenza di canali di comunicazione tra giustizia civile e penale. Su questo l’Italia è stata condannata anche dalla Corte europea dei diritti dell’uomo.
Ergastolo in sede penale, bigenitorialità a prescindere in sede civile. Se si cerca la prova che una legge può essere simbolica, non sta nel testo del 577-bis: sta nello scarto tra i due binari. Ed è una riforma quasi a costo zero, che non richiede né ideologia di genere né inasprimento delle pene, ma formazione e comunicazione tra uffici giudiziari.
Due punti scomodi, uno per parte
Per il campo progressista: l’evidenza di efficacia dell’educazione affettiva scolastica sugli esiti duri, cioè sulla violenza effettiva anni dopo, è più fragile di come viene presentata. Esistono programmi con risultati misurati su atteggiamenti e conoscenze, molti meno su comportamenti a distanza. È giusto chiederla, è disonesto presentarla come una leva a effetto dimostrato.
Per il campo conservatore: nel biennio analizzato dalla Commissione parlamentare le vittime erano italiane nel 78% dei casi, il che rende insostenibile la lettura del femminicidio come fenomeno importato.
La categoria che sta arrivando
Nella casistica recente compaiono donne uccise oltre i settant’anni, in contesti di malattia, demenza, carico di cura, a volte con omicidio-suicidio di coppia. È una tipologia che non si spiega bene né con il dominio patriarcale né con la gelosia, cresce con l’invecchiamento della popolazione, e finisce dentro o fuori dai conteggi a seconda dell’osservatorio. Sarà la prossima munizione nella guerra dei numeri.
Parte settima. Il pezzo digitale, e perché “predire” è la parola sbagliata
C’è una dimensione quasi assente dal dibattito pubblico di questi mesi, ed è quella su cui lavoro: il controllo coercitivo passa oggi dalla geolocalizzazione condivisa, dall’accesso agli account, dal controllo delle chat, dalle password presentate come prova d’amore, e la ritorsione post separazione passa dalla diffusione non consensuale di immagini. UN Women lo colloca esplicitamente nel continuum: i femminicidi non avvengono in isolamento, ma su una linea che spesso comincia con comportamenti di controllo, minacce e molestie, anche online.
Il ponte con la letteratura sul rischio è lo stalking. Nello studio di McFarlane e Campbell del 1999, la prevalenza di stalking nei dodici mesi precedenti era del 76% per le vittime di femminicidio e dell’85% per i tentati femminicidi, e solo il 54% aveva segnalato lo stalking alla polizia. Se il predittore validato è il pedinamento, e il pedinamento contemporaneo si fa con la geolocalizzazione e gli account fittizi, allora gli indicatori digitali sono la forma attuale di un fattore di rischio già dimostrato.
Attenzione però: è un’inferenza, non un dato. Nessuno ha ancora replicato uno studio caso-controllo sui femminicidi misurando specificamente le condotte digitali.
Il muro dei tassi base
E qui arriva la doccia fredda che riguarda chiunque proponga strumenti predittivi, algoritmi compresi.
In Spagna, dal 2007, solo lo 0,03% delle 814.000 vittime segnalate è stato ucciso dopo la valutazione del rischio. Tasso base: tre su diecimila. Con un tasso base simile, uno strumento con sensibilità e specificità del 90%, che sarebbe eccellente in psicometria, produce circa 370 falsi positivi per ogni vero positivo. Non è un difetto dello strumento: è aritmetica.
E infatti succede quello che deve succedere. Sui 98 omicidi analizzati dopo una valutazione del sistema spagnolo VioGén, in 55 casi le vittime erano state classificate a rischio trascurabile o basso; la polizia accetta il punteggio dell’algoritmo circa il 95% delle volte. Il rischio non è solo che lo strumento sbagli: è che il suo output venga usato per autorizzare la mancata protezione.
La riformulazione onesta è che non si predice l’evento, si stratifica una popolazione e si allocano risorse. Chiunque proponga un indicatore digitale come predittore di femminicidio sta vendendo qualcosa.
Dove il digitale serve davvero
In tre funzioni più modeste e più utili. Anticipo temporale: il controllo tecnologico compare prima della violenza fisica visibile, dentro relazioni che nessuno definirebbe ancora violente, e sta quasi tutto nella forbice tra il 15% che denuncia e il 35% che parla. Tracciabilità: dove la parola della donna viene assimilata al conflitto di coppia, il log della posizione e i trecento messaggi in una notte sono materiale documentale. Osservabilità da parte di terzi: un’amica, un collega, un insegnante possono vedere un pattern senza che nessuno confidi nulla.
E un’avvertenza che vale più di molte campagne: il consiglio spontaneo che tutti danno, cambia le password e togli la geolocalizzazione, può aumentare il rischio nell’immediato, perché segnala all’autore la perdita di controllo, che è precisamente ciò che precede l’escalation. La revoca va fatta dentro un piano, in una sequenza, e non di impulso.
👉 Su questo ho scritto una guida pratica separata, pensata per chi vive questa situazione e per chi le sta accanto: Lui sa sempre dove sei e cosa fai.
Cosa guardare, nei prossimi anni
Non il conteggio semestrale, che è rumore.
Guarderei quanti dei procedimenti per 577-bis reggono in dibattimento e come la Cassazione costruirà l’elemento soggettivo, che è il vero collo di bottiglia della norma. Il rapporto tra 577-bis contestati e omicidi di donne in ambito familiare, che misura quanta parte del fenomeno la legge riesce ad afferrare. La relazione annuale del Ministro della giustizia prevista dalla legge stessa. E soprattutto se quel 62 si stacca finalmente dal punto in cui è fermo da tre anni, che è l’unico test che conta.
C’è infine una domanda controfattuale che nessuno pone. Perché gli omicidi maschili in Italia sono crollati in trent’anni? La risposta la conosciamo: si è smontata la criminalità organizzata con presenza dello Stato, controllo del territorio, inchieste, arresti. Cioè con una politica pubblica, non con un cambiamento culturale. Se prendessimo sul serio quel modello e ci chiedessimo qual è il suo equivalente per la violenza domestica, arriveremmo alla valutazione sistematica del rischio, alla protezione immediata e alla certezza dei tempi.
Che è, ironicamente, la cosa su cui il manifesto di Futuro Nazionale e i centri antiviolenza dicono la stessa cosa con parole opposte. Il fatto che nessuno dei due lo noti è forse l’aspetto più significativo di tutta questa vicenda.
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Fonti principali
- Istat, Omicidi e femminicidi e Rapporto SDGs (stime su standard UNODC dal 2019)
- Ministero dell’Interno, report semestrali e trimestrali sulla delittuosità
- UNODC e UN Women, rapporto sui femminicidi, 2025
- OMS, stime globali di prevalenza della violenza contro le donne
- FRA, Violence against women: an EU-wide survey, 2014; Gracia e Merlo sul paradosso nordico; studio psicometrico Svezia-Spagna
- Campbell et al., studio caso-controllo sul femminicidio da partner in 11 città, 2003; McFarlane e Campbell sullo stalking, 1999
- Glick e Fiske, Ambivalent Sexism; studio cross-nazionale su 62 Paesi
- GREVIO, rapporti di valutazione sull’Italia
- Havron, Freed, Dell, Ristenpart et al., Clinical Computer Security, Cornell Tech, USENIX Security
- Legge 181/2025 e dossier parlamentari; interventi dottrinali su Sistema Penale e Diritto Penale Contemporaneo