Comunicazione ogni età Una conversazione
Dalla collana Genitori senza stress · dal libro Parla con tuo figlio

Come lo aiuto a ragionare con la sua testa?

Perché succede

Un ragazzo che ripete opinioni prese altrove non è pigro: sta facendo la cosa più economica. Farsi un’idea propria costa tempo, espone al rischio di sbagliare e richiede di reggere il disaccordo, e a quell’età il disaccordo con il gruppo pesa moltissimo. Nella mia pratica vedo che il pensiero autonomo non si insegna spiegando: si allena nelle conversazioni in cui qualcuno gli chiede sul serio che cosa ne pensa e poi non lo corregge. Se la sua risposta viene sempre sistemata, impara che pensare da solo è un lavoro inutile.

Cosa puoi fare

  1. Fai domande di cui non conosci la risposta. Sono le uniche che lo obbligano a ragionare davvero, e ti costringono a metterti in gioco. È scomodo, ed è il punto.
  2. Chiedi confronti, non giudizi. «Perché secondo te questo è meglio di quello?», «che differenza c’è fra le due cose?». Il confronto è la forma di domanda che apre più pensiero, anche se all’inizio incontra resistenza.
  3. Metti un dubbio invece di una correzione. «C’è una cosa che non mi torna…», «su che cosa ti basi per dire così?». Il tono decide tutto: la stessa frase può essere una curiosità o un interrogatorio.
  4. Chiedi dove l’ha letto e chi lo dice. Non per smontarlo: per abituarlo a distinguere una cosa che ha pensato da una che ha ripetuto. E se lo scoprite insieme, meglio.
  5. Ammetti quando non sai. «Non lo so, vediamo»: gli mostri che si può stare nel dubbio senza perderci niente, ed è la condizione per cui accetterà di starci lui.

Cosa evitare

Non fare domande che contengono già la risposta che vuoi sentire: guidano il pensiero invece di allenarlo, e lui lo capisce prima di te. Ed evita di trattare ogni sua opinione come una posizione da correggere: se ogni idea diversa apre una discussione, la strada breve è smettere di dirtene.

Quando chiedere aiuto

Guarda che cosa succede quando resta senza risposta. Il segnale che conta non è l’idea strana, è il modo in cui parla di sé quando sbaglia: se «ho detto una scemenza» diventa «sono uno stupido» e resta anche davanti a prove contrarie, il tema non è più il pensiero critico. Indicativamente uno o due mesi, ma conta di più la generalizzazione, cioè che dopo un episodio cominci a evitare anche altro.

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