Perché succede
Non è una bravata finita male. È un meccanismo: qualcuno viene fatto entrare nel gruppo a condizione di pagare un prezzo, e il video è la ricevuta di quel prezzo. Nella mia pratica vedo che il ragazzo filmato quasi sempre resta, perché andarsene vorrebbe dire ammettere che dentro non c’è mai stato davvero. Il materiale registrato serve esattamente a questo: finché esiste, lui non può uscire e non può raccontarlo.
Cosa puoi fare
- Chiedi i nomi, non «i tuoi amici». Chi filmava, chi c’era, chi guardava e basta, chi una volta si è tirato indietro. Un gruppo senza nomi sembra sempre più grande e più compatto di quello che è.
- Ricostruisci un episodio solo, per intero. Non il clima generale, ma quel pomeriggio: dove eravate, chi ha detto cosa, com’è finita. I fatti hanno un inizio e una fine, il clima no, e sul fatto si può decidere qualcosa.
- Decidi con lui il passo verso la scuola, non al posto suo. Che tu vada a parlarci è quasi sempre giusto, ma va deciso insieme e detto prima: una mossa fatta sopra la sua testa gli conferma che da solo non conta niente, e la prossima volta non ti dirà più nulla.
- Tieniti sul passo piccolo. Come arriva a scuola domani, con chi torna a casa venerdì. Non il piano per sistemare tutta la faccenda: quello lo blocca e basta.
Cosa evitare
Non chiedergli di chiarire con loro «da uomo a uomo»: è la richiesta che ha già provato a esaudire, ed è come ci è finito dentro. E non minimizzare («sono ragazzate, passerà»): non serve a calmarlo, gli dice che quando le cose si fanno serie tu non sei un interlocutore.
Quando chiedere aiuto
Qui la soglia dei mesi non vale. Quando c’è qualcuno che prende attivamente di mira tuo figlio, il momento è adesso, insieme alla scuola, senza aspettare di vedere come evolve. Guarda soprattutto se comincia a evitare posti e persone che prima gli piacevano, e se il modo in cui parla di sé smette di essere una reazione a una brutta giornata e diventa una descrizione stabile.