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Dalla collana Genitori senza stress · dal libro Il giorno della paghetta

Come capisco se mio figlio è pronto per la paghetta?

Perché succede

Non c’è un’età che apre la porta: la apre lui, e quasi sempre lo fa con i gesti prima che con le parole. Nella mia pratica vedo che i genitori aspettano un segnale grande, tipo una richiesta esplicita, mentre i segnali veri sono piccoli e sparsi nella settimana. La prontezza è una somma di cose che hai già visto, non una data da fissare in anticipo.

Cosa puoi fare

  1. Guarda dove si ferma quando paghi. Alla cassa, davanti al bancomat, mentre conti il resto. L’attenzione spontanea a quel gesto è il primo segnale, e non te lo dirà mai a parole.
  2. Tieni il conto delle domande che fa sui soldi. «Come fa il negozio a sapere quanto costa?», «da dove vengono i soldi per la spesa?», «tu lavori per guadagnare?». Tre o quattro domande così in un mese valgono più di qualsiasi test.
  3. Osserva come gioca. Se mette i prezzi ai peluche, se apre il negozio in salotto, se fa finta di dare il resto, sta già lavorando sui concetti che gli servono.
  4. Guarda le responsabilità che regge già. Prepara lo zaino, non perde le sue cose, si ricorda un impegno della settimana. Chi tiene queste, tiene anche pochi euro.
  5. Verifica se prevede le conseguenze. «Se compro questo adesso, poi non ho abbastanza per quell’altro.» È il segnale singolo che pesa di più, perché è già una decisione economica.

Cosa evitare

Non trasformare l’osservazione in un esame: se si accorge che lo stai valutando, comincia a darti le risposte che pensa tu voglia. Ed evita di aspettare che ci siano tutti i segnali insieme, perché nessun bambino è pronto al cento per cento e la paghetta serve proprio a completare il resto.

Quando chiedere aiuto

Il segnale che ti riguarda davvero non è la mancanza di interesse per i soldi, che a molti bambini semplicemente non interessano. È quando smette di interessarsi anche a ciò che prima gli piaceva, e il modo in cui parla di sé diventa fisso invece che legato alla giornata. Se dura due settimane quasi tutti i giorni, spesso sotto forma di irritabilità più che di tristezza, e insieme cambiano sonno o appetito, è il momento di parlarne.

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