Perché succede
Perché quella domanda chiede un giudizio complessivo su sei ore. Nessuno sa rispondere a una richiesta così, nemmeno un adulto a fine giornata, e infatti la risposta è «bene». Nella mia pratica vedo che quasi mai è reticenza: è una domanda troppo larga, e il «bene» è il modo più rapido per liberarsene senza offendere nessuno. Le stesse ore raccontate un pezzo alla volta diventano invece un racconto lungo.
Cosa puoi fare
- Chiedi un pezzo, non la giornata. «Che cosa avete fatto oggi in italiano?» ha una risposta possibile, «com’è andata» no.
- Sposta dal risultato al processo. Al posto di «sei pronto per quel progetto?», chiedi «che cosa devi fare per iniziare?».
- Chiedi il come dopo il che cosa. Se è successo qualcosa, parti da «che cosa è successo?» e prosegui con «come è successo?». È la seconda domanda quella che porta il racconto.
- Chiedi una previsione invece di un giudizio. «Cosa pensi che potrebbe succedere dopo?» apre, «pensi che andrà bene?» chiude.
- Chiedi i programmi anche quando li sai già. «Quali sono i tuoi programmi per il fine settimana?» gli lascia il gusto di raccontarteli.
Cosa evitare
Non aprire con «hai studiato?» o «hai finito i compiti?»: sono verifiche, e mettono sulla difensiva prima che la conversazione cominci. Ed evita di fare la domanda mentre entra dalla porta con lo zaino ancora addosso, perché è il momento in cui ha meno voglia di tutti.
Quando chiedere aiuto
Il campanello non è il «bene». È quando al posto del racconto arriva sistematicamente irritabilità, e insieme il rendimento cala senza una ragione visibile. Nei ragazzi la sofferenza dell’umore si presenta spesso così, non con il pianto. Guarda se dura due settimane quasi tutti i giorni e per gran parte della giornata, se smette di interessargli anche ciò che prima gli piaceva, e se cambiano il sonno o l’appetito.