Perché succede
Quando le decisioni arrivano già prese, le uniche risposte possibili sono subirle o opporsi, e a quell’età la seconda costa meno della prima. Nella mia pratica vedo che i ragazzi si accorgono benissimo della differenza fra essere consultati e essere informati con gentilezza: partecipano se l’interesse per il loro parere è vero, cioè se qualcosa può ancora cambiare grazie a quello che dicono.
Cosa puoi fare
- Chiedi prima di decidere. Anche solo su un pezzo. Una domanda fatta a decisione presa non è una consultazione, è una richiesta di approvazione, e si sente.
- Digli che cosa è cambiato grazie a lui. «Abbiamo spostato la partenza perché tu avevi detto che…» Non serve che vinca: serve che veda l’effetto. È l’unica prova che la sua opinione pesa.
- Quando il discorso è partito, lascialo guidare. Anche se prende una direzione che non avevi previsto. La conversazione che porta avanti lui è quella in cui poi dirà anche le cose che non gli avresti chiesto.
- Se non puoi accogliere la proposta, spiega perché. Un no motivato lascia la porta aperta alla volta successiva; un no secco insegna che partecipare non serve.
Cosa evitare
Non chiedere il parere su cose già decise per farlo sentire coinvolto: funziona una volta e poi diventa il motivo per cui non risponde più. Ed evita di scaricargli addosso decisioni che non gli spettano, perché il peso che sembra fiducia a te, a lui arriva come una responsabilità che non ha chiesto.
Quando chiedere aiuto
Il segnale da guardare non è che si tiri indietro, ma come lo dice: se «tanto è uguale, io non conto niente» smette di essere una battuta in una serata storta e diventa il modo stabile in cui parla di sé, anche quando le cose vanno bene. Guarda se dura due settimane quasi tutti i giorni, se si ritira anche dagli amici, se cambia il sonno o l’appetito, se cala il rendimento senza una ragione.