Autonomia 14-18 anni Una decisione
Dalla collana Genitori senza stress · dal libro Dietro il silenzio

Come lo coinvolgo nelle decisioni che riguardano lui?

Perché succede

Quasi nessun genitore decide al posto del figlio per volontà di comando. Si decide per fretta, per esperienza, perché la strada giusta sembra evidente e perché lui non si esprime. Il risultato però è lo stesso: si ritrova dentro decisioni già prese, dove l’unica parte che gli resta è eseguire. Nella mia pratica vedo che a quel punto smette di dire la sua, non perché sia d’accordo, ma perché ha imparato che dirla non cambia niente e costa una discussione.

Cosa puoi fare

  1. Coinvolgilo prima, non a metà. Una decisione presa e poi sottoposta al suo parere non è partecipazione, è ratifica, e lui lo sente. Il momento buono è quando c’è ancora un ventaglio aperto, anche se è più scomodo per te.
  2. Dichiara che cosa è negoziabile e che cosa no. «Su questo decido io, su quest’altro decidi tu, su quest’altro ancora scegliamo insieme.» Un perimetro chiaro vale più di una libertà generica che poi ritiri quando la risposta non ti piace.
  3. Chiedi la sua ipotesi prima di dare la tua. «Tu come la vedi?», e poi aspetta davvero. Se parli per primo, quello che dirà dopo sarà una reazione a te e non un’opinione sua.
  4. Fai una domanda che non abbia già la risposta dentro. «Non vuoi andarci, vero?» non è una domanda. «Che cosa ti pesa di quella cosa?» lo è, e apre.
  5. Se la sua scelta non è la tua, lasciala vivere e dillo. «Non l’avrei fatto così, ma è una tua decisione e la rispetto.» È la frase che gli insegna che avere un’opinione propria non lo mette contro di te.

Cosa evitare

Non usare «lo faccio per il tuo bene» e «un giorno mi ringrazierai»: chiudono la conversazione senza rispondere a niente e gli insegnano che il suo punto di vista è un ostacolo. Ed evita di trattare come capriccio il fatto che non voglia fare quello che fanno tutti, perché spesso è la prima cosa davvero sua che ti sta dicendo.

Quando chiedere aiuto

La cosa da guardare non è quanto discute ma quando smette di farlo. Se cede su tutto senza opporsi, e nello stesso periodo perde interesse anche per le cose che sceglieva lui, quel silenzio non è maturità. Guarda se il modo in cui parla di sé è diventato stabile («tanto non conto niente») invece che legato alla singola discussione, e se dura da due settimane quasi tutti i giorni, spesso come irritabilità più che come tristezza.

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Dietro il silenzio

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