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Dalla collana Genitori senza stress · dal libro 96 giorni per capire tuo figlio

Devo assecondare mio figlio prima di provare a correggerlo?

Perché succede

Assecondare è la parola sbagliata e la domanda è quella giusta. Non si tratta di dargli ragione: si tratta di entrare nel suo modo di vedere la cosa prima di proporgli il tuo. Nella mia pratica vedo che le correzioni che non arrivano a destinazione non sono sbagliate nel contenuto, sono premature: partono da un punto in cui lui non è, e allora non le sente come una proposta ma come la prova che non hai capito niente. L’ordine conta. Prima si segue, poi si guida: chi prova a guidare senza avere seguito si ritrova a tirare qualcuno che sta fermo.

Cosa puoi fare

  1. Chiedi come la vede lui, e lascialo finire. Non come apertura di cortesia prima del discorso che avevi in mente: davvero, prima di sapere che cosa dirai.
  2. Riconosci l’emozione anche se non condividi il gesto. «Capisco che ti sia arrabbiato» non significa «hai fatto bene a rispondere così». Sono due frasi diverse e si possono dire una dietro l’altra.
  3. Ripeti quello che hai capito prima di dire la tua. Se sa che il suo punto è arrivato, non deve più difenderlo, e da lì in poi può ascoltare.
  4. Solo dopo proponi. E proponi, non ordinare: «io farei così, che ne dici?» apre una trattativa; «devi fare così» apre una resistenza.
  5. Tieni ferme le poche cose che restano ferme. Seguire non è cedere. La regola sulla sicurezza non si negozia neanche dopo il migliore degli ascolti, e va detto chiaramente.

Cosa evitare

Non usare l’ascolto come tecnica di ammorbidimento: se lo capisce, l’ascolto diventa la premessa sospetta di ogni discorso, e la volta dopo taglia corto. Ed evita di far seguire l’ascolto da una correzione che annulla tutto («capisco, però…»): quel però cancella la frase che lo precede.

Quando chiedere aiuto

Guarda che cosa succede dopo che è stato corretto. Il segnale è il passaggio dall’episodio all’identità: «ho sbagliato» diventa «sono fatto così», e resta anche davanti a prove contrarie. La durata indicativa è uno o due mesi, ma conta di più la generalizzazione: dopo un fallimento in un’area comincia a evitarne altre che non c’entrano niente. Senza urgenza, ma senza rimandare oltre il trimestre.

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