Perché succede
Un problema complicato ha molti pezzi ma una soluzione: se lo smonti e lo rimonti bene, si chiude. Un problema complesso ha pezzi che si influenzano a vicenda, come i nodi di una rete: si può gestire, non chiudere. Nella mia pratica vedo che quasi tutta la fatica dei genitori nasce dall’aver applicato al secondo tipo gli strumenti del primo. Ci si aspetta che la conversazione giusta sistemi le cose, e quando non le sistema si conclude di aver sbagliato conversazione. Riconoscere il tipo di problema che hai davanti non è filosofia: cambia che cosa ti aspetti, e quindi quanto a lungo resisti.
Cosa puoi fare
- Fatti una domanda sola: questo si risolve o si gestisce? Il compito di matematica di stasera si risolve. Il rapporto con tuo figlio si gestisce. Molte discussioni in casa nascono da questa confusione.
- Se è complesso, prendi un nodo solo. Non affrontare l’intreccio: scegli un punto, lavoraci qualche settimana e guarda che cosa si muove altrove. Quasi sempre si muove qualcosa.
- Metti in conto gli effetti indiretti. In una rete, quello che tocchi da una parte si sente da un’altra. Se stringi sugli orari può cambiare il clima a tavola: non è un imprevisto, è come funziona.
- Datti tempi lunghi. Un problema complesso non si valuta a giorni. Un mese è l’unità minima ragionevole per capire se un cambiamento sta producendo qualcosa.
- Fatti aiutare a guardarlo. Chi vede il quadro da un altro punto nota pezzi che a te sono coperti. Non serve che abbia la soluzione: serve che abbia un’altra angolazione.
Cosa evitare
Non trattare un problema complesso come un guasto da riparare: la ricerca della soluzione definitiva produce interventi bruschi, e gli interventi bruschi in una rete fanno danni in punti che non avevi previsto. Ed evita di concludere che se non si risolve allora non c’è niente da fare: gestire è un lavoro vero e produce risultati, solo non nella forma della cosa chiusa.
Quando chiedere aiuto
C’è però una cosa che non va trattata come complessa da gestire, e che va guardata subito: il modo in cui parla di sé. Se «ho sbagliato» diventa «sono fatto così» e resta anche davanti a prove contrarie, e se dopo un fallimento comincia a evitare aree che non c’entrano niente, la durata indicativa è uno o due mesi. Senza urgenza, ma senza rimandare oltre il trimestre.