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Dalla collana Genitori senza stress · dal libro 96 giorni per capire tuo figlio

Come si forma l'idea che mio figlio si fa del mondo?

Perché succede

Si forma per strati, e nessuno di questi strati è la realtà: sono tutti letture. Prima ci sono i sensi, che filtrano già una parte di quello che c’è. Poi ci sono i ricordi, che decidono che cosa è pericoloso e che cosa no. Poi le convinzioni, che nascono dalle esperienze ma anche dalle persone che contano per lui, e a quel livello ci sei tu, con le cose che gli hai detto e con quelle che pensi di lui senza averle mai dette. Nella mia pratica vedo che la parte più sottovalutata è proprio questa: un figlio assorbe le convinzioni che hai su di lui e ci costruisce sopra l’idea che si fa di sé.

Cosa puoi fare

  1. Ascolta quali ricordi tira fuori. Quando racconta, nota quali episodi tornano. Quelli sono i mattoni: dicono che cosa ha imparato a considerare rischioso, ingiusto o sicuro.
  2. Fai attenzione alle frasi che cominciano con «io sono». «Io sono uno che si blocca», «io non sono capace di parlare in pubblico». Non sono descrizioni, sono conclusioni, e stanno lavorando.
  3. Chiediti quali tue convinzioni su di lui gli hai passato. Elenca tre cose che pensi di lui e chiediti da dove le hai prese e da quanto tempo non le verifichi.
  4. Chiedigli che cosa conta per lui. Non in astratto: guardando una scelta che ha fatto. «Perché hai deciso così?» fa emergere i suoi criteri meglio di qualsiasi domanda diretta sui valori.
  5. Offri un’esperienza, non una spiegazione. Le convinzioni si muovono quando qualcosa le smentisce nei fatti, non quando qualcuno le contraddice a parole.

Cosa evitare

Non correggere le sue conclusioni su di sé con una rassicurazione generica («ma no, sei bravissimo»): la sua conclusione poggia su episodi precisi, la tua rassicurazione su niente, e lui lo sa. Ed evita di ripetere davanti a lui, anche scherzando, le etichette di famiglia: «il timido», «quello disordinato», «quella permalosa». Restano attaccate a lungo.

Quando chiedere aiuto

Il segnale non è una convinzione negativa isolata, è quando diventa il modo stabile di parlare di sé: «sono un fallito» al posto di «che disastro oggi», e resta anche davanti a prove contrarie. La durata indicativa è uno o due mesi, ma conta di più la generalizzazione, cioè che dopo un episodio in un’area cominci a evitarne altre che non c’entrano niente. Senza urgenza, ma senza rimandare oltre il trimestre.

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