Perché succede
C’è una differenza fra capire e sentirsi schiacciato, e passa dal punto in cui metti l’accento. Se l’accento va su che tipo di persona è chi dice quella cosa, tuo figlio non impara niente sul peso delle parole: impara a proteggersi da te. Nella mia pratica vedo che i ragazzi il peso lo intuiscono già, spesso meglio degli adulti, e che quello che manca non è la consapevolezza ma un modo di guardarla senza sprofondare.
Cosa puoi fare
- Parla dell’effetto, non dell’intenzione. Non «volevi dirlo davvero?» ma «che faccia hanno fatto quando lo hai detto?». L’intenzione lo porta a difendersi, l’effetto lo porta a guardare.
- Tieni l’episodio nella sua misura. «È andata male quella frase, in quel momento» regge. «Sei uno che dice certe cose» chiude una persona dentro un pomeriggio.
- Conta anche le altre volte. Quante volte, in un anno, ha detto e fatto il contrario di quella frase. Non per assolverlo: perché nessuno le ha contate, e contarle ad alta voce cambia la storia che si sta raccontando.
- Dillo una volta. Se torni sull’argomento nei giorni successivi, non stai insegnando: stai facendo scontare qualcosa. La ripetizione trasforma la lezione in un’etichetta.
Cosa evitare
Non chiedergli di immaginare come si sentirebbe lui al posto dell’altro se è ancora nella vergogna: in quel momento non ha spazio per nessuno. E non usare quella frase come esempio davanti ad altri, mai, nemmeno mesi dopo.
Quando chiedere aiuto
Il segnale è il passaggio dall’episodio all’identità. Se «ho detto una cosa brutta» diventa «sono una brutta persona» e resta anche davanti alle prove contrarie, e se dopo l’episodio comincia a evitare situazioni che non c’entrano niente con quella (non parla più nei gruppi, si tira indietro dove prima interveniva), la generalizzazione è in corso. Senza urgenza, ma senza rimandare oltre il trimestre.