Perché succede
Dirgli che la sua opinione conta non serve quasi a niente, perché è una cosa che si verifica, non si dichiara. Tuo figlio la misura su un dettaglio: se la tua domanda successiva nasce da quello che ha appena detto, o se torna alla scaletta che avevi in testa prima di iniziare. Nella mia pratica vedo che i ragazzi si accorgono di questa differenza con una precisione che i genitori sottovalutano, e che la maggior parte delle conversazioni si spegne lì, non su un contrasto.
Cosa puoi fare
- Costruisci la domanda dopo sulla sua risposta prima. È l’unica prova che stavi ascoltando. Se non ti viene niente, chiedi di raccontare meglio un pezzo.
- Mostrati perplesso invece che d’accordo. «Sai che cosa mi lascia perplesso?» dice che quello che ha detto è abbastanza serio da farti pensare. Un complimento generico dice il contrario.
- Non giudicare né le opinioni né i sentimenti. Accoglili e vai avanti. Anche quando la sua posizione ti sembra sbagliata, adesso ti serve conoscerla, non correggerla.
- Riportagliela indietro nei giorni successivi. «Ho ripensato a quella cosa che mi hai detto sabato.» Vale più di qualsiasi frase sull’importanza del suo parere.
Cosa evitare
Non chiedere il suo parere su decisioni già prese, e non archiviarlo con «interessante». E non correggere subito i fatti sbagliati in un discorso che era sulle sue impressioni: si può tornare sui dati dopo.
Quando chiedere aiuto
Guarda come parla di sé, non di quanto parla con te. Se quello che dice di sé diventa stabile invece che legato alla giornata («tanto quello che penso non serve a niente», «sono uno che sbaglia sempre»), e se questo dura da un paio di settimane quasi tutti i giorni, accompagnato da irritabilità, sonno cambiato o meno interesse per quello che gli piaceva, non è una questione di comunicazione.