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Dalla collana Genitori senza stress · dal libro Il giorno della paghetta

Quali giochi insegnano davvero a gestire i soldi?

Perché succede

Nessun gioco insegna da solo a gestire i soldi. Un gioco crea una situazione in cui si decide e si vedono le conseguenze senza pagarle davvero, e questa è già molta cosa, ma la lezione nasce dalla conversazione che ci gira intorno. Nella mia pratica vedo la stessa scatola dare esiti opposti: nelle case dove si gioca e basta resta un passatempo, in quelle dove qualcuno fa una domanda al momento giusto diventa la prima palestra di scelte economiche.

Cosa puoi fare

  1. Scegli un gioco con una banca e una scarsità vera. Serve che il denaro finito sia finito e che ogni acquisto tolga qualcosa a un altro. È quello il meccanismo che insegna, non il tema.
  2. Fai una domanda mentre gioca, non dopo. «Cosa ti fa pensare che convenga?», «Cosa succede se ti restano zero?» Una domanda dentro la partita vale dieci spiegazioni a fine giornata.
  3. Per i piccoli allestisci un negozio in casa con moneta finta. Prezzi scritti a mano, un budget, il resto da contare. È la versione più semplice e la più efficace sotto i sette anni.
  4. Usa le carte-scenario per i più grandi. «Hai venti euro di compleanno: li spendi oggi o li tieni per una cosa più grande?» Si può fare in cinque minuti, in macchina, senza tabellone.
  5. Guarda come gioca, non solo cosa impara. Chi tiene tutto e non rischia niente, chi spende subito, chi non sopporta di perdere: quello che vedi al tavolo è quello che ritroverai con i soldi veri.

Cosa evitare

Non commentare le sue mosse mentre le fa: se ogni scelta viene valutata, smette di sperimentare e comincia a indovinare cosa vuoi tu. Ed evita di trasformare la partita in una verifica, perché il momento in cui il gioco diventa didattico è il momento in cui smette di insegnare.

Quando chiedere aiuto

Che un ragazzo passi molto tempo a giocare non dice niente da solo. Il quadro cambia quando il gioco resta l’unico posto in cui sta: le uscite calano da mesi, il sonno si rovescia, e le proposte non le rifiuta più, semplicemente non le registra. Un mese di rifiuto della scuola, o tre mesi di riduzione progressiva, sono già abbastanza per chiedere: il ritiro si autoalimenta e non passa da solo.

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