Perché succede
Sì, ed è la ragione più frequente per cui si torna alle domande brevi. Una domanda aperta può portarti lungo strade diverse da quelle che avevi immaginato, e la sensazione di avere in mano la conversazione sparisce. Nella mia pratica vedo che quella sensazione era comunque un’illusione: quando la conversazione resta esattamente dove vuoi tu, di solito è perché lui ha capito dove vuoi arrivare e ti sta assecondando. Quello che perdi è il controllo sull’argomento, non sulla relazione.
Cosa puoi fare
- Separa le due cose. Puoi decidere quando parlare, dove state, quanto dura. Non dove va il discorso: quella parte è sua.
- Quando la conversazione svolta, seguila per un giro prima di riportarla. Spesso la svolta è il vero argomento, e quello da cui eri partito era solo la porta.
- Nota quando stai riprendendo il timone. La spia è che fai due domande di fila sullo stesso punto, o che dici «sì, ma».
- Chiudi senza concludere. Non tutte le conversazioni devono finire con una posizione condivisa. Una lasciata a metà si riprende, una chiusa con una sentenza no.
- Se davvero non è il momento, dillo e fissa quando riprendere. Interrompere dichiarandolo è diverso da sviare.
Cosa evitare
Non fare una domanda aperta quando hai già in testa il punto in cui deve atterrare, perché lì il controllo lo stai esercitando davvero e si vede. Ed evita di correggere il tiro in corsa trasformando la domanda in una spiegazione: se hai bisogno di dire una cosa, dilla, senza travestirla da curiosità.
Quando chiedere aiuto
Il segnale che conta non è la conversazione che ti sfugge di mano, è la conversazione che non parte più. Guarda se in circa tre mesi le uscite si riducono una alla volta e il ritmo del sonno si rovescia, oppure se la scuola si interrompe per un mese. Il criterio internazionale parla di sei mesi, ma a sei mesi il ritiro si è consolidato: per un genitore quel numero è una trappola. E il segnale più netto è quando smette di rifiutare le proposte e comincia semplicemente a non registrarle.