Perché succede
I bambini sono pieni di domande e fanno una gran fatica a tirarle fuori, e i ragazzi ancora di più. Il motivo è che chiedere espone: dichiara che c’è qualcosa che non sai, in un ambiente, la scuola prima di tutto, dove non sapere si paga. Chi ha imparato che la domanda è un rischio smette di farla, e dopo un po’ smette anche di accorgersi di averla. Una conversazione dove le domande vanno in una direzione sola non è un dialogo, è un interrogatorio gentile, e lui lo capisce prima di te.
Cosa puoi fare
- Restituisci il turno. Per ogni risposta che dai, invitalo a farti una domanda. All’inizio sembra un gioco forzato, poi diventa il ritmo normale delle vostre conversazioni.
- Rispondi sul serio anche alle domande elementari, o fuori tempo, o che ti mettono in difficoltà. Il modo in cui accogli la prima decide se ne arriva una seconda.
- Fatti vedere mentre chiedi ad altri: al medico, a un tecnico, a un amico che ne sa più di te. Il permesso di non sapere si trasmette guardando, non spiegando.
- Lascia passare qualche secondo di silenzio dopo che hai finito di parlare. La domanda arriva quasi sempre lì, nello spazio che di solito riempi tu.
Cosa evitare
Non commentare la domanda prima di rispondere, nemmeno con un «bella domanda!» automatico: valutarla la trasforma comunque in una prova. E non rimandare a dopo le domande che arrivano nel momento sbagliato, perché dopo non tornano.
Quando chiedere aiuto
Il segnale non è la timidezza, è l’evitamento: rinuncia a cose che vorrebbe fare pur di non essere visto. Non parla in classe neanche quando sa la risposta, evita la mensa o il bagno a scuola, dice di no a inviti che prima accettava. La durata di riferimento sarebbe lunga, ma la soglia vera è funzionale e arriva molto prima: conta quanto sta rinunciando, non da quanti mesi.