Perché succede
La domanda arriva sempre in fretta e sempre nella stessa forma: vedo dove sta andando a finire e potrei fermarlo adesso. Il punto è che le competenze di cui parliamo (valutare, rinunciare a una cosa per un’altra, reggere una conseguenza) non si trasmettono a parole, si imparano solo facendo. Nella mia pratica vedo che il rischio vero non è l’errore, è arrivare a diciotto anni senza averne mai commesso uno abbastanza proprio da ricordarselo.
Cosa puoi fare
- Decidi in base a che cosa è reversibile. Il criterio non è se sbaglierà, è se l’errore si può riparare. Soldi finiti male, una consegna in ritardo, un pomeriggio buttato sono reversibili e vanno lasciati vivere. Salute, sicurezza, cose che riguardano la legge o che restano online non lo sono, e lì si interviene senza aprire il dibattito.
- Prima della scelta fai una domanda, non un avvertimento. «Cosa pensi che succederà se scegli così?», e poi fermati. L’avvertimento gli lascia il compito di smentirti, la domanda gli lascia il problema in mano.
- Se va male, la tua prima frase non è «te l’avevo detto». È «immagino che sia una rottura». La tua delusione occupa lo spazio dove dovrebbe stare la sua, e se lo occupi lui esce dalla stanza con un problema con te invece che con la scelta che ha fatto.
- Fatti raccontare il procedimento, non il risultato. Perché hai deciso così, come ti sei sentito dopo, che cosa cambieresti, che cosa farai la prossima volta. Quattro domande fatte con curiosità e a distanza di un giorno, non a caldo e non come interrogatorio.
- Riconosci il tentativo di rimediare anche quando riesce a metà. Chi prova a riparare e non viene visto smette di provarci e comincia a nascondere.
Cosa evitare
Non risolvergli le cose in silenzio (rimetterci i soldi tu, telefonare tu all’insegnante): gli togli l’unica informazione utile e gli lasci l’idea che qualcuno arriverà comunque. Ed evita di farlo pagare due volte, cioè aggiungere una punizione a una conseguenza che è già arrivata da sola: la seconda cancella la prima.
Quando chiedere aiuto
Un errore, anche grosso, non è un problema clinico. Lo diventa quando passa dall’episodio all’identità: «ho sbagliato» si trasforma in «sono fatto così» e resta anche davanti a prove contrarie. Guarda soprattutto la generalizzazione, cioè se dopo un fallimento in un’area comincia a evitarne altre che non c’entrano niente. Uno o due mesi così non sono un’urgenza, ma non vanno rimandati oltre il trimestre.