Comunicazione ogni età Una conversazione
Dalla collana Genitori senza stress · dal libro Parla con tuo figlio

Perché faccio fatica a fare a mio figlio domande vere?

Perché succede

Una domanda vera non chiede un dato, chiede un ragionamento, e la risposta può arrivare carica. Nella mia pratica vedo che il genitore non si blocca perché non sa come formularla: si blocca perché intuisce il costo. Una risposta vera ti obbliga a metterti in gioco come genitore e come persona, a dedicarci tempo e attenzione, e a reggere il timore di non capire il problema o di non sapere come aiutarlo. La domanda breve allora torna da sola, perché sembra più gestibile.

Cosa puoi fare

  1. Falla solo quando puoi restare. Se hai due minuti, chiedi un fatto. La domanda che apre si fa quando hai dieci minuti e nessuna fretta addosso.
  2. Ascolta la risposta fino in fondo senza preparare la replica. È la parte che costa e l’unica che conta: se stai già pensando a cosa dire, lui se ne accorge prima di finire la frase.
  3. Cerca l’emozione dietro le parole, non solo il fatto. Il problema vero quasi mai è quello che ti racconta per primo, e si riconosce da come lo racconta.
  4. Accetta di non avere la soluzione. Capire insieme che cosa sta succedendo è già il lavoro. Non ti serve una risposta pronta per poter fare la domanda.
  5. Quando ti accorgi di essere tornato alle domande secche, dillo e ricomincia. «Ti ho fatto una domanda da poliziotto, riprovo» vale più di dieci domande perfette.

Cosa evitare

Non fare la domanda aperta se hai già deciso quale risposta vuoi sentire: diventa un esame e lui lo capisce subito. Ed evita di farne una raffica per recuperare il tempo perso, perché una conversazione con troppe domande dentro smette di essere una conversazione.

Quando chiedere aiuto

Se quello che emerge quando finalmente si apre non è una difficoltà del momento ma una perdita di interesse per tutto, guarda meglio. Il segnale non è la tristezza, è che smette di piacergli anche ciò che prima gli piaceva, e che il modo di parlare di sé diventa stabile invece che reattivo: «sono un fallito» al posto di «che disastro oggi». Il riferimento è due settimane continuative, quasi tutti i giorni e per gran parte della giornata. Nei ragazzi si presenta spesso come irritabilità e non come pianto.

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