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Dalla collana Genitori senza stress · dal libro 96 giorni per capire tuo figlio

Quanto pesano su mio figlio le aspettative che gli ho messo addosso?

Perché succede

Pesano, e quasi mai nel modo in cui immagini. Un’aspettativa non arriva a tuo figlio come una frase: arriva come la faccia che fai quando ti dice il voto, come le cose che noti e quelle che lasci passare, come l’entusiasmo che hai per certe sue scelte e non per altre. Nella mia pratica vedo bambini brillanti che a quindici anni si spengono, e quasi sempre non si sono spenti per pigrizia: hanno smesso di giocarsi una partita in cui il risultato era già stato deciso da qualcun altro. Non essere neutrale non è una colpa, è la condizione di partenza di ogni genitore. Non accorgersene, invece, costa a lui.

Cosa puoi fare

  1. Scrivi che cosa ti aspetti da lui. Non a mente: su un foglio. Poi per ogni riga chiediti se è una cosa sua o una cosa tua che gli hai passato.
  2. Osserva dove piloti la conversazione. Mentre parlate, nota quando stai spingendo verso una conclusione che avevi già. Non correggerti sul momento: annotalo e basta, per qualche giorno.
  3. Guarda che cosa noti e che cosa non noti. Se sei convinto che sia disordinato, il disordine lo vedi sempre e le volte in cui rimette a posto ti sfuggono. Prova a raccogliere per una settimana solo le eccezioni.
  4. Riconoscigli qualcosa che non c’entra con la prestazione. Come ha trattato una persona, come ha gestito una cosa storta. Sposta il terreno su cui sente di essere valutato.
  5. Togli dalle sue spalle il tuo stato d’animo. Se percepisce che la tua serenità dipende dai suoi risultati, si assume un compito che non è suo, ed è la trappola più frequente e la meno vista.

Cosa evitare

Non trasformare la revisione delle aspettative in una scena: «da oggi non mi aspetto più niente da te» arriva come disinteresse, non come sollievo. Ed evita di spostare la pressione sull’aspetto o sul comportamento sociale quando la togli dalla scuola: il peso non è sparito, ha cambiato posto.

Quando chiedere aiuto

Il segnale non è il calo di rendimento, è la perdita di piacere: smette di interessargli anche quello che prima gli piaceva, e il modo in cui parla di sé diventa stabile invece che reattivo, «sono un fallito» al posto di «che disastro oggi». Due settimane continuative, quasi tutti i giorni e per gran parte della giornata. Nei ragazzi si presenta spesso come irritabilità.

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