Perché succede
Sì, ma la riga di confine va tenuta ferma. Tenere in ordine la propria stanza, apparecchiare, portare fuori il proprio zaino sono responsabilità che fanno parte del vivere insieme: non si pagano, e la paghetta non è il loro compenso. Se lo diventa, ogni richiesta di casa apre una trattativa e tuo figlio impara che collaborare ha un prezzo. Un lavoro straordinario, fuori da quelle responsabilità, è un’altra cosa: lì il compenso ha senso, perché rende visibile un legame che altrimenti resta astratto, quello fra impegno e guadagno.
Cosa puoi fare
- Definisci una volta che cosa è ordinario e che cosa no. L’ordinario non si paga. Lo straordinario è ciò che nessuno gli avrebbe chiesto comunque: lavare l’auto, sistemare la cantina, aiutare in un lavoro che stavi facendo tu.
- Concorda prima il lavoro e il compenso. Che cosa va fatto, entro quando, quanto vale. Dopo non si rinegozia, né in su né in giù.
- Che il lavoro sia vero. Un compito inventato per l’occasione lo capisce subito, e la lezione salta. Deve servire a qualcuno e deve essere alla sua portata.
- Quando arriva a quello per cui stava lavorando, fai una piccola cerimonia. Andare a comprarlo insieme, nominarlo. Il collegamento fra fatica e risultato si fissa lì, non durante.
Cosa evitare
Non usare i lavoretti come sanzione per un errore di spesa: diventano una pena da scontare e perdi entrambe le cose. Ed evita di trasformarli in un canale sempre aperto, perché una casa in cui ogni gesto ha una tariffa smette di essere una famiglia.
Quando chiedere aiuto
Guarda che cosa succede quando non produce. Se comincia a valere ai suoi occhi solo quando ha fatto qualcosa, se dopo una giornata senza risultati parla di sé come di uno che non serve a niente, e se questo modo di dirsi resta stabile per due settimane, il tema non è più il lavoro. Il segnale che completa il quadro è la perdita di interesse per le cose che prima gli piacevano e che non producono nulla.