Perché succede
Serve, ma non per la ragione che di solito si immagina. Non è un esercizio di buone maniere e non insegna la generosità come si insegna una regola. Quando una parte dei suoi soldi esce dal suo circuito, tuo figlio scopre due cose insieme: che una sua decisione può cambiare qualcosa fuori da casa, e che lui fa parte di un sistema più grande di lui. Nella mia pratica vedo che funziona solo a una condizione, e cioè che la scelta resti sua. Un contributo deciso dal genitore è un gesto del genitore, e tuo figlio lo sente.
Cosa puoi fare
- Proponi una quota piccola e lascia scegliere a lui la destinazione. Anche se sceglie una causa che a te dice poco. Piccola vuol dire piccola: deve restare sostenibile senza sacrificio.
- Fagli vedere l’effetto, non l’idea. Che cosa è stato comprato con quei soldi, chi lo ha ricevuto. Un effetto concreto insegna, un discorso sulla solidarietà no.
- Mostragli la strada della condivisione, non solo del dono. Una spesa messa in comune con un fratello o un amico invece di comprarne due: è la stessa lezione, e costa meno.
- Collega ogni euro a uno sforzo. Non con toni drammatici. Sapere che dietro quei soldi c’è il lavoro di qualcuno è ciò che dà peso al gesto di darli via.
Cosa evitare
Non renderlo un obbligo fisso e non raccontarlo agli altri davanti a lui: nel momento in cui donare serve a fare bella figura con te, la parte utile è già andata persa. Ed evita di correggere la causa che ha scelto.
Quando chiedere aiuto
Il segnale non è quanto dà, è che cosa riceve. Se dare è diventato l’unico modo che conosce per stare in un gruppo, se paga, regala e si rende utile e nessuno ricambia mai, guarda meglio. Avere pochi amici non è un problema. Non avere nessuna relazione in cui dà e riceve lo diventa, soprattutto se dura da tre mesi e lui se ne vergogna.