Bias cognitivi 14-18 anni Una routine
Dalla collana Genitori senza stress

A cosa serve tenere un diario delle esperienze?

Perché succede

Serve a una cosa sola, ma importante: tenere traccia di quello che la memoria non archivia da sola. Se restano solo i momenti carichi e le fini, un periodo intero si riduce a due immagini. Un diario è il modo più semplice per avere, fra sei mesi, un elenco di fatti invece di una impressione. Nella mia pratica vedo che non funziona come sfogo, funziona come archivio: il valore arriva quando lo rilegge, non quando lo scrive.

Cosa puoi fare

  1. Lascia scegliere a lui il formato. Quaderno, note del telefono, messaggi vocali a se stesso. Se glielo imponi tu diventa un compito, e i compiti si abbandonano a gennaio.
  2. Chiarisci che si scrive anche nei giorni in cui non è successo niente. Anzi, soprattutto lì: sono i giorni che spariscono per primi, e sono la maggior parte.
  3. Suggerisci di annotare non solo cosa è successo, ma come si è sentito nei vari momenti. Due righe bastano. È la parte che rende leggibile il resto quando lo riprende in mano.
  4. Dopo una cosa andata male, una riga in più. Che cosa non ha funzionato, che cosa farebbe diversamente. Non serve una analisi, serve che ci sia scritto qualcosa da poter rileggere.
  5. Rileggetelo a distanza, se lui vuole. Un periodo chiuso, alla fine di un anno scolastico o dopo un’estate. È lì che si accorge da solo di quanto il suo riassunto fosse più corto della realtà.

Cosa evitare

Non leggerlo di nascosto e non chiedere di leggerlo. Se pensa che lo leggerai, scriverà quello che vuoi sentire e il diario non serve più a niente. Ed evita di controllare che lo abbia fatto: la costanza si perde, e va bene così, si riprende senza farne un discorso.

Quando chiedere aiuto

Guarda che cosa ci finisce dentro, se te lo racconta lui. Il segnale non è che scriva di giornate storte, è il passaggio dall’episodio all’identità: da «ho sbagliato questa cosa» a «sono fatto così», e che resti anche davanti a prove contrarie. Se il diario diventa un archivio di prove contro di sé, non è più uno strumento, è un sintomo. Il tempo indicativo è uno o due mesi, ma conta di più la generalizzazione: se dopo un fallimento in un’area comincia a evitarne altre che non c’entrano niente, chiedi una valutazione senza aspettare oltre il trimestre.

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