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Dalla collana Genitori senza stress

Sopravvalutarsi è autostima sana o è un problema?

Perché succede

Le due cose si assomigliano da fuori e si distinguono da dentro. L’autostima sana è la fiducia di potercela fare e sopravvive al fatto di non essere il migliore; la sopravvalutazione ha bisogno di esserlo, e quindi ha bisogno che nessuno la contraddica. In adolescenza la seconda ha spesso una funzione precisa: tiene a distanza un dubbio su di sé che non si può nominare. Per questo non si smonta con la logica, e per questo togliere sicurezza a un ragazzo che si sopravvaluta non lo rende più realista, lo rende più difeso.

Cosa puoi fare

  1. Guarda cosa succede dopo un errore. È il criterio più affidabile. Chi ha fiducia in sé dice «questa mi è andata male» e riprova; chi si sopravvaluta deve negarlo, spostare la colpa o abbandonare il campo.
  2. Guarda se accetta di essere principiante. Una fiducia solida sopporta di fare male una cosa nuova per qualche settimana. Se ogni attività va bene solo se è subito il migliore, la sicurezza non è un punto di forza: è una condizione.
  3. Guarda se sa chiedere aiuto. Chiedere è quello che costa meno a chi si sente capace e quasi tutto a chi si deve sentire superiore.
  4. Proponigli un ambito in cui non è già bravo. Uno sport nuovo, uno strumento, un corso dove nessuno lo conosce. Non è una prova da fargli fallire, è un posto in cui può imparare che si può essere in mezzo e stare bene.
  5. Metti tappe intermedie sui suoi obiettivi grandi. Un traguardo diviso in passi si può misurare, e misurarsi è esattamente ciò che la sopravvalutazione evita.

Cosa evitare

Non fare la diagnosi ad alta voce («la tua sicurezza è finta»): se hai indovinato è la cosa più esposta che potevi toccare, e la reazione sarà proporzionata. Ed evita di cercargli occasioni di fallimento per fargli capire: la lezione che passa non è l’umiltà, è che tu tifavi contro.

Quando chiedere aiuto

La cosa da guardare non è la sicurezza ma quello che compare quando nessuno lo osserva: se nei momenti bassi parla di sé in modo duro e stabile («non valgo niente», «sono un fallito»), e se questo convive con la sicurezza esibita. Se dura due settimane quasi tutti i giorni, con perdita di interesse per ciò che gli piaceva, non è carattere.

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