Perché succede
Da fuori sembra incostanza; da dentro è una difesa. Nella mia pratica vedo che questi ragazzi non mollano quando la cosa diventa difficile, mollano quando comincia a contare: nel momento in cui il risultato potrebbe dire qualcosa su di loro, smettere è l’unico modo di non ricevere il verdetto. Spesso c’è una voce che arriva prima ancora dell’inizio e dice che finirà male, e quella voce ha già avuto ragione abbastanza volte da sembrare affidabile. Rinunciare prima è, in quel sistema, la mossa che fa meno male.
Cosa puoi fare
- Ricostruisci con lui dove si ferma di preciso. Quasi sempre è sempre lo stesso punto, e vederlo è già diverso dal sentirsi uno che non finisce niente.
- Riduci la misura del passo successivo finché non diventa quasi ridicolo, e fermati lì. Non serve un piano di ripresa, serve una cosa sola che può fare oggi.
- Restituisci l’episodio alla sua misura. «Questa cosa è andata male» è vero; «non finisci mai niente» è una frase sul suo carattere, e non ci si riprende da un carattere.
- Conta quello che ha finito, anche minuscolo, quando sostiene di non avere finito niente. Non per convincerlo: per rimettere i fatti sul tavolo accanto alla sua conclusione.
Cosa evitare
Non fargli promettere che questa volta arriverà in fondo: la promessa alza la posta esattamente dove lui non regge. Ed evita di iscriverlo a qualcosa di nuovo per rilanciare, perché aggiunge un’altra cosa da mollare.
Quando chiedere aiuto
Il segnale non è quante cose lascia, è quanto si allarga. Se dopo un abbandono comincia a evitare aree che non c’entravano niente, e se «ho lasciato quel corso» si è trasformato in «sono uno che lascia» e resta così anche davanti alle prove contrarie, allora la cosa si è spostata dall’episodio all’identità. Senza urgenza, ma senza rimandare oltre il trimestre.