Perché succede
Sì, e quasi sempre senza accorgertene, perché le proprie reazioni si scambiano facilmente per il proprio carattere. I segnali dell’immaturità emotiva valgono per tutti e due: reazioni sproporzionate alle cose piccole, una critica che non reggi, conflitti evitati invece che risolti, fatica a dire quello che provi, rapporti che restano in superficie. Se ne riconosci qualcuno, stai contribuendo, senza volerlo, alla distanza che vorresti colmare; e non è una colpa da espiare, è la parte della relazione che sta nelle tue mani.
Cosa puoi fare
- Guarda la seconda risposta. Dopo una scena in cui lui ha reagito come a tredici anni, chiediti come hai reagito tu: di solito nella tua risposta c’è più materiale che nella sua.
- Rileggi i cinque segnali pensando a te. Uno per uno, con onestà, e non a lui: quelli che riconosci in te sono gli unici su cui puoi lavorare da subito.
- Mettili accanto ai suoi. Sullo stesso foglio, due righe: quale segnale hai visto in lui questa settimana e quale in te.
- Nota quando ti chiudi tu. Il cambio di discorso, il «va bene così» detto per non litigare, l’argomento che eviti da anni: anche il tuo evitamento è un segnale, e spesso è proprio quello che lui ha imparato guardandoti.
Cosa evitare
Non trasformare l’onestà in autoaccusa: riconoscere un tuo tratto non vuol dire che il blocco di tuo figlio sia colpa tua. E non usarlo come argomento con lui, «anche tu sei così», perché il lavoro su di te serve a te, non a vincere una discussione.
Quando chiedere aiuto
Guardare i tuoi segnali ti aiuta a non confondere i suoi. Se è lui a dire «sono fatto così» e ci resta anche davanti alle prove contrarie, e dopo un fallimento comincia a evitare anche cose che non c’entrano, senza urgenza ma senza rimandare oltre il trimestre; il primo colloquio, se vuoi, puoi farlo tu.