Perché succede
Quasi mai una cosa sola: le cause sono sociali, psicologiche e di sviluppo, e si tengono per mano. Può essere mancato un sostegno negli anni in cui si impara a stare con quello che si sente, può esserci una pressione di aspettative davanti a cui si è chiuso, o un isolamento che gli ha tolto la palestra delle relazioni; possono pesare l’ansia e la bassa autostima, che fanno evitare ogni prova. Le aree del cervello che frenano l’impulso maturano per tutti i vent’anni (Casey e colleghi, 2008), ma da sole non spiegano niente, perché conta quanto ha potuto allenarsi.
Cosa puoi fare
- Usa le tre famiglie come lenti, non come caselle. Non servono a incasellarlo, ma a guardare la vostra storia con occhi meno stanchi di quelli della sera.
- Cerca una scena per ciascuna. L’amico che vede una volta al mese, il colloquio a cui non va perché la sera prima sta male, la voce che sale quando lo contraddici davanti a qualcuno.
- Chiediti da quanto la vedi senza averle dato un nome. Il tempo che passa senza nome è tempo in cui la cosa si rafforza.
- Guarda anche le difficoltà che gli hai tolto di mezzo. Se qualcuno gliele ha sempre risparmiate, oggi le evita perché nessuno gli ha mostrato che si possono reggere.
- Di’ ad alta voce il fattore che hai riconosciuto, con le parole che useresti con un amico: una cosa che ha un nome si può cominciare a guardare.
Cosa evitare
Non cercare un colpevole, in lui o in te, perché questi fattori non lavorano mai da soli. E non usare ansia, depressione o autostima come etichette da appiccicargli a tavola: nominarle serve a capire a che cosa guardare, non a fare una diagnosi.
Quando chiedere aiuto
Se l’isolamento diventa ritiro, cioè smette di cercare lavoro o di seguire i corsi, il ritmo del sonno si capovolge e le uscite si riducono per tre mesi, non aspettare: il segnale che cambia il quadro è quando le tue proposte non le rifiuta più, semplicemente non le registra.