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Dalla collana Genitori senza stress

Come distinguo la costanza dall'ostinazione in mio figlio?

Perché succede

Da fuori sembrano identiche: in tutti e due i casi tuo figlio continua. La differenza non sta nell’azione, sta nella direzione in cui guarda mentre la fa. Nella mia pratica vedo che la costanza parla del futuro («voglio arrivare a») e l’ostinazione parla del passato («ho già dato troppo per fermarmi adesso»). È una distinzione che si sente in due minuti di conversazione, se sai che cosa ascoltare.

Cosa puoi fare

  1. Ascolta se la ragione che ti dà è di ieri o di domani. «Ci sto ancora lavorando perché voglio riuscirci» e «non posso mollare dopo tutto questo tempo» sembrano la stessa frase e non lo sono. La prima è un obiettivo, la seconda è un debito.
  2. Chiedigli che cosa si aspetta che cambi, e in base a che cosa. Chi persevera ha un’idea di che cosa dovrebbe succedere e quando. Chi si è incastrato risponde che prima o poi migliorerà, senza saper dire perché. Non è una domanda ostile: è la domanda che si fa lui, se gliela fai tu.
  3. Usa l’immagine dell’atleta. Allenarsi anche quando è faticoso è forza; continuare ad allenarsi su un infortunio, ignorando il dolore, non è forza, è imprudenza. Fermarsi, curarsi e ripartire è la scelta di chi vuole arrivare davvero. È un’immagine che i ragazzi accettano perché non li accusa.
  4. Verifica se il vero timore è sembrare uno che molla. Chiediglielo dritto: «Ti preoccupa quello che penserebbero se smettessi?» Se la risposta è sì, il tema non è più l’attività, è la reputazione, e quella si affronta parlandone, non insistendo.

Cosa evitare

Non fare tu la diagnosi al posto suo («questa è testardaggine»): la etichetta e chiude. Ed evita di premiare la resistenza in quanto tale, perché un ragazzo lodato per non aver mai mollato niente impara che fermarsi è una sconfitta, e da lì in poi la valutazione onesta gli costa troppo.

Quando chiedere aiuto

Guarda se la questione si è spostata dal fare all’essere. «Questa cosa non sta funzionando» è un giudizio su una situazione e si può cambiare. «Io sono fatto così» è diventata un’identità, e resta anche davanti alle prove contrarie. Se sono passati uno o due mesi e la seconda frase non si sposta, e se dopo essersi impuntato in un campo comincia a evitarne altri che non c’entrano, non serve un’urgenza, serve non lasciarlo correre oltre il trimestre.

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