Perché succede
Le domande dopo un errore hanno un difetto di fabbrica: quasi sempre le facciamo per fargli dire una cosa che abbiamo già in testa. Tuo figlio lo sente prima di te, e risponde a quella, non alla domanda. Nella mia pratica vedo che la differenza fra una conversazione e un interrogatorio non sta nelle parole ma nel fatto che tu la risposta non la sappia già. Se la sai, quella non è una domanda: è un rimprovero con il punto interrogativo.
Cosa puoi fare
- Parti dal perché della scelta, non dal risultato. «Che cosa ti aveva convinto?» Lo riporta al momento in cui decideva, quando ancora l’acquisto sembrava una buona idea.
- Poi chiedi come si è sentito dopo. Prima l’entusiasmo, poi la delusione: sono due momenti diversi e conviene nominarli separati.
- Poi che cosa cambierebbe potendo tornare indietro. È la domanda che sposta lo sguardo dal danno alla decisione.
- Chiudi sul prossimo acquisto, non su questo. «La prossima volta, che cosa ti aiuterebbe a capirlo prima?»
- Una domanda per volta, in momenti diversi. Quattro di fila sono un verbale. Una la domenica, una mentre lo accompagni, e va bene così.
Cosa evitare
Non chiedere «hai capito?» e non chiedere niente mentre state ancora litigando. E non usare le sue risposte più tardi come prova in una discussione: la prossima volta non risponderà.
Quando chiedere aiuto
Osserva come parla di sé mentre risponde. Se le risposte diventano tutte una condanna («sono scemo», «io sbaglio sempre»), se questo modo di dirsi resta uguale per settimane invece di cambiare con le giornate, e se accanto compaiono un calo a scuola, un sonno diverso o meno voglia di stare con gli altri, la conversazione da sola non basta più.