Comunicazione 14-18 anni Una conversazione
Dalla collana Genitori senza stress · dal libro Dietro il silenzio

Come faccio a farmi raccontare quello che gli succede online?

Perché succede

Non tace perché non si fida di te: tace perché ha già fatto il conto di come andrà a finire. Sa che se racconta, tu ti allarmi, e che se ti allarmi arrivano le domande, poi le regole, poi il controllo. Nella mia pratica vedo che il racconto non si sblocca insistendo, ma togliendo al ragazzo il compito che si è dato: quello di gestire la cosa da solo per non farti stare male.

Cosa puoi fare

  1. Entra dalla porta del contenuto, non dell’accaduto. Fatti spiegare il gioco, chi è forte, come funziona quella modalità, perché quel video gira. Si parla di cose che gli piacciono, e le persone entrano nel discorso da sole, con i nomi e le storie.
  2. Fatti trovare lì, tutti i giorni, senza chiedere niente. Dieci minuti seduto accanto mentre gioca, senza interrogatorio e senza commenti. La presenza breve e ripetuta apre la porta che le domande chiudono: il racconto arriva quasi sempre a lato, non quando lo cerchi.
  3. Di’ una frase sola e poi taci. «Ho l’impressione che in chat sia successo qualcosa.» Basta. Il silenzio che segue è lo spazio in cui può entrare, e se lo riempi tu con la seconda domanda quello spazio si chiude.
  4. Togligli il compito di rassicurarti. Se ogni volta che apre bocca ti vede allarmato, imparerà a proteggerti tacendo. Diglielo esplicitamente: «puoi dirmi anche la cosa brutta, io reggo, e non chiudo niente senza parlarne con te».

Cosa evitare

Non trasformare la sua risposta in una regola nuova il giorno stesso: se raccontare produce un divieto, la prossima volta non racconta. Ed evita di sapere le cose da altri prima che da lui, perché nel momento in cui lo scopre non ti resta neanche la porta socchiusa.

Quando chiedere aiuto

Se il silenzio non è solo sulla rete ma si allarga a tutto, guarda un’altra cosa: non la tristezza, ma il piacere che sparisce. Smette di interessargli anche quello che prima gli piaceva, il gioco compreso, e il modo in cui parla di sé diventa fisso, «sono fatto male» invece di «che giornata schifosa». Se dura due settimane quasi tutti i giorni, spesso sotto forma di irritabilità più che di pianto, e intanto il sonno o l’appetito cambiano, si chiede aiuto.

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