Perché succede
Accettare e capire sono due cose diverse, e i ragazzi lo sanno prima dei genitori. Quello che tuo figlio cerca non è che tu approvi la sua scelta: è sapere che il legame con te non è appeso a quella scelta. Nella mia pratica vedo che la frase che sblocca queste situazioni non è «hai ragione», è «non capisco, e resto». Il rischio dell’accettazione recitata è che si sente: se dici che va bene tutto e poi ogni gesto dice il contrario, lui crede ai gesti.
Cosa puoi fare
- Separa le due cose e dillo. «Non capisco questa storia, e non ho intenzione di perderti per questo.» Dichiarare la distanza è ciò che rende credibile la vicinanza.
- Fai un gesto invece di un discorso. Invitare la persona a cena una volta dice più di dieci conversazioni sull’accettazione. Se non ti è possibile, non fingere: scegli un gesto più piccolo che regga davvero.
- Non chiedergli di rassicurarti. «Ma tu stai bene, vero?» lo mette nella posizione di doverti proteggere, e da quel momento ti dirà soltanto che va tutto bene.
- Non trattarlo né da vittima né da colpevole. Sono le due posizioni che si aspetta, e sono le due che gli fanno chiudere la porta.
Cosa evitare
Non accettare a metà, in casa sì e davanti ai parenti no: la doppia posizione gli insegna che c’è qualcosa da nascondere. E non presentare l’accettazione come uno scambio («io accetto, tu però…»), perché la trasforma in una trattativa.
Quando chiedere aiuto
Il segnale da guardare è la contrazione della sua vita. Se in un mese comincia a rifiutare la scuola, se in tre mesi le uscite si riducono a quella sola relazione e il ritmo del sonno si sposta sulla notte, non è più questione di accettazione. Il momento che cambia il quadro è quando smette di rifiutare le proposte e comincia a non registrarle. Non aspettare che si sistemi da sé, perché il ritiro si autoalimenta.