Perché succede
Quando una cosa fa paura sembra anche più probabile: la paura non misura il rischio, lo colora. E la memoria collabora, perché tiene le volte in cui è andata male e lascia cadere quelle in cui non è successo niente. Nella mia pratica vedo che quasi nessun ragazzo ha mai fatto il conto: dà per scontato un numero che non ha mai guardato, e su quel numero costruisce le sue giornate.
Cosa puoi fare
- Fatti dire un numero. «Su dieci volte, quante volte pensi che succeda?» Scrivilo. Serve una cifra, anche buttata lì, perché è quella che poi si può confrontare.
- Contate quello che è successo davvero. Negli ultimi mesi, quante volte si è verificato. Non le volte temute: quelle accadute. Il conto lo fa lui, tu tieni la penna.
- Separa quanto è probabile da quanto sarebbe grave. Sono due domande diverse e vanno fatte in quest’ordine. Molte paure sono improbabili e sopportabili insieme, e finché stanno appiccicate non si vede.
- Sulle persone, chiedi chi sono. Se teme il giudizio di qualcuno: quanto le conosce, quanto conta per lui davvero il loro parere. Il pubblico immaginario di solito si riduce a due nomi.
- Rifate il numero alla fine. Se è sceso, l’ha spostato lui. Se non è sceso, avete comunque scoperto che non è una questione di calcolo, ed è un’informazione utile.
Cosa evitare
Non tirare fuori statistiche generali («succede allo zero virgola»): valgono per tutti e lui sta pensando a sé, quindi non lo toccano. Ed evita di trasformare il conteggio in una dimostrazione che ha torto, perché a quel punto difenderà il numero invece di guardarlo.
Quando chiedere aiuto
Il momento in cui preoccuparsi è quando il conto lo fate e non cambia niente, perché la questione non era la probabilità: «tanto a me va sempre male, sono fatto così». Guarda se quel modo di dirlo resta anche davanti alle prove contrarie che avete appena messo sul tavolo, e se dopo un fallimento in un ambito comincia a evitarne altri che non c’entrano. Senza urgenza, ma senza rimandare oltre il trimestre.