Perché succede
Il rapporto con tuo figlio non è una tecnica che applichi, è uno scambio continuo fra due persone, e una delle due sei tu. Se arrivi alla sera vuoto, non è che comunichi peggio: è che non hai niente da mettere nello scambio. Nella mia pratica vedo che i genitori se ne accorgono tardi, perché mettere sempre prima le esigenze del figlio sembra la cosa giusta, e in parte lo è. Solo che a un certo punto non resta nessuno a fare il genitore.
Cosa puoi fare
- Impara a riconoscere i tuoi segnali di riserva. Non sono la stanchezza: sono l’irritazione che parte prima della frase, la sensazione di funzionare a vuoto, il fastidio per domande che un mese fa non ti davano fastidio.
- Non aspettare di avere tempo. Il tempo per te non avanza mai da solo, si toglie da qualcosa. Finché resta una cosa da fare quando avrai finito il resto, non succede.
- Nominati un punto di forza, non solo i limiti. Quando ti guardi come genitore, la lista dei difetti ti viene già da sola. Scriviti anche una cosa che sai fare bene con lui, e usala di più.
- Verifica l’effetto su una cosa concreta. Dopo una settimana in cui ti sei ritagliato dei momenti, guarda un indicatore solo: quante volte hai alzato la voce, o quante volte gli hai fatto una domanda vera. Se non cambia niente, cambia il modo, non l’obiettivo.
- Chiedi aiuto prima del crollo, non dopo. Il tuo medico, un collega, un professionista. Chiedere aiuto quando sei ancora in piedi è una scelta. Chiederlo dopo è una emergenza.
Cosa evitare
Non usare tuo figlio come termometro del tuo valore: se il metro è come si comporta lui oggi, ogni sua giornata storta diventa una tua bocciatura. Ed evita di raccontargli quanto ti stai sacrificando: gli metti addosso un debito, e un figlio in debito smette di raccontarti le cose per non aggiungerne.
Quando chiedere aiuto
Sposta lo sguardo su di lui per un momento. Se, mentre tu sei in riserva, lui comincia a spegnersi, guarda meglio. Il segnale non è la tristezza ma la perdita di piacere: smette di interessargli anche ciò che prima gli piaceva, e il modo in cui parla di sé diventa stabile invece che reattivo, «sono un fallito» al posto di «che disastro oggi». Il riferimento sono due settimane continuative, quasi tutti i giorni. Nei ragazzi si presenta spesso come irritabilità e non come pianto.