Perché succede
È la verifica che salta più spesso, ed è quella che decide se il lavoro che stai facendo produrrà qualcosa o solo frustrazione. «Voglio che mi ascolti», «voglio che studi di più», «voglio che esca con qualcuno»: sono tutti obiettivi il cui soggetto è lui. Nella mia pratica vedo genitori impegnatissimi e scoraggiati, e quasi sempre non stanno sbagliando le mosse: stanno misurando il risultato su una persona che non possono muovere. Riscrivere l’obiettivo con te come soggetto non lo ridimensiona: lo rende una cosa su cui puoi lavorare domani mattina.
Cosa puoi fare
- Rileggi l’obiettivo e sottolinea il soggetto. Se il verbo lo fa lui, non è un obiettivo tuo: è un’aspettativa.
- Riscrivilo mettendoti dentro. Da «che mi racconti le cose» a «esserci nei momenti in cui di solito racconta, e non riempirli con le mie domande». Il risultato che speri resta lo stesso, ma adesso c’è una cosa che puoi fare.
- Declinalo al positivo. Non «non alzare la voce», ma «parlare con calma almeno in una discussione al giorno». Un obiettivo scritto al negativo non dice che cosa fare al suo posto.
- Metti in conto la parte che non controlli. Ti eri ripromesso quindici minuti con lui al rientro, e lui rientra furioso per una lite: quel giorno saltano. Non forzare, non insistere, riprova domani. La percentuale fuori dal tuo controllo fa parte del gioco.
- Verifica l’effetto sugli altri. Se hai altri figli, un obiettivo concentrato su uno solo li lascia scoperti. È l’errore più frequente fra quelli fatti in buona fede.
Cosa evitare
Non tenere obiettivi che richiedono la sua collaborazione per partire: qualsiasi cosa cominci con «se lui accetta di…» ti mette in attesa a tempo indeterminato. Ed evita di trasformare l’obiettivo in una prova di forza con te stesso: se raggiungerlo è diventato una lotta, è il segno che va rifatto più piccolo.
Quando chiedere aiuto
Se hai riscritto tutto correttamente e lui resta fermo, guarda come sta con i propri obiettivi. Il segnale è il passaggio dall’episodio all’identità: «non ci sono riuscito» che diventa «non ci riesco mai» e poi «sono fatto così», anche davanti a prove contrarie. La durata indicativa è uno o due mesi, ma conta di più la generalizzazione, cioè che cominci a evitare aree che non c’entrano con quella in cui ha fallito.