Perché succede
Perché è più veloce e costa meno. Vedere che cosa pensano gli altri è meno faticoso che pensarci da soli, e soprattutto è meno rischioso: se l’idea è di qualcun altro, non è tua e non te la possono rimproverare. Nella mia pratica vedo che dietro la ricerca continua di opinioni c’è quasi sempre la paura di sbagliare, non la pigrizia. Il ragazzo che cerca prima di pensare non sta delegando per comodità, sta cercando di non esporsi, e ogni volta che lo fa la fiducia nel proprio giudizio scende di un gradino.
Cosa puoi fare
- Chiedi la sua ipotesi prima che apra il telefono, e dichiara subito che può cambiarla dopo. Se dire una cosa provvisoria non costa niente, la dice.
- Chiedi di chi è l’opinione che ha letto. Un nome, una persona, un canale. Le voci hanno molta meno autorità quando smettono di essere «quello che dicono tutti» e diventano qualcuno con un profilo.
- Nomina la giuria immaginaria. Chiedigli chi si immagina che stia leggendo e giudicando quello che pensa, e togli autorità a quella platea dicendo che non esiste.
- Non dargli tu la risposta al posto suo, nemmeno quando te la chiede. Rimandagli la domanda una volta sola, poi lascia stare: insistere trasforma l’esercizio in un esame.
Cosa evitare
Non prenderlo in giro perché «cerca tutto su internet», visto che è esattamente quello che facciamo tutti. Ed evita di trasformare la questione in una lezione sul pensiero critico: il discorso generale gli conferma che c’è un modo giusto di pensare e che lui non lo conosce.
Quando chiedere aiuto
Il segnale non è quanto cerca, è che cosa succede quando una scelta va male. Se un errore smette di essere un episodio e diventa una descrizione di sé, «sono uno che sbaglia sempre» al posto di «stavolta ho scelto male», guarda meglio. Conta più della durata la generalizzazione: dopo un errore in un’area comincia a evitarne altre che non c’entrano, e rimanda anche le decisioni piccole. Indicativamente uno o due mesi, senza urgenza ma senza rimandare oltre il trimestre.