Perché succede
Tornare a un gioco di quando aveva dodici anni non è un passo indietro nella crescita, è il modo più economico che ha trovato per rimettere piede in un posto dove sa come si sta. Nella mia pratica vedo che il problema non è mai il gioco: è che intorno al gioco si è svuotato tutto il resto, e quasi sempre la vergogna di giocarci pesa più della solitudine che il gioco copre.
Cosa puoi fare
- Lascia stare il gioco. Non toglierlo, non contingentarlo, non usarlo come merce di scambio per farlo uscire. È l’ultimo terreno dove si sente capace, e portarglielo via sposta il conflitto su di te invece che sul problema.
- Chiedi i nomi. «Con chi giochi lì dentro?», «chi ti fa ridere?». Le persone concrete ti dicono molto di più di qualunque domanda sulle ore passate davanti allo schermo.
- Nomina la scadenza immaginaria e toglile autorità. A diciassette anni sembra che esista un calendario ufficiale (a quest’ora dovrei avere il gruppo, la ragazza, il primo bacio). Dillo ad alta voce: quel calendario non esiste da nessuna parte tranne che nella sua testa, ed è la cosa che gli fa più male.
- Punta su una cosa che si ripeta. Un’attività sola, sempre lo stesso giorno, dove ritrova le stesse facce, vale più di dieci occasioni diverse: i legami nascono dalla ripetizione, non dal numero.
- Se lì dentro parla soprattutto con ragazzini più piccoli, guardalo come contesto e non come colpa. Sta cercando conversazioni a bassa richiesta. Aprilo come argomento senza accusarlo. C’è però un punto in cui non basta osservare: se lo scambio si sposta su cose private, foto o incontri, serve un adulto che intervenga, e quell’adulto sei tu.
Cosa evitare
Non ironizzare su cosa gioca e con chi: la presa in giro di un genitore, su un ragazzo che si vergogna già da solo, chiude la porta per mesi.
Quando chiedere aiuto
Qui il criterio non è quanto gioca ma la reciprocità: un solo amico in quattro anni non è di per sé un allarme, non avere nessuna relazione in cui dia e riceva lo diventa. Come riferimento circa tre mesi, e soprattutto il momento in cui lo stare per conto suo smette di essere una preferenza e diventa una sconfitta di cui parla con vergogna.