Perché succede
«Sei un genio» e «sei bravissimo» sembrano regali e funzionano come pesi. Dicono che il valore sta in una qualità fissa, quindi ogni prova successiva diventa un esame su chi è, non su cosa ha fatto: da lì nascono sia il ragazzo che si sopravvaluta e non tollera la critica, sia quello che si sente un fallimento appena qualcosa va male. Nella mia pratica vedo che i complimenti generici sono anche i più facili da respingere, perché chi li riceve sa benissimo che non descrivono niente.
Cosa puoi fare
- Descrivi invece di valutare. Dì che cosa hai visto: «hai rifatto quell’esercizio tre volte prima che ti tornasse». Non serve aggiungere un giudizio in coda, il fatto lo contiene già.
- Loda quello che ha deciso lui. Aver chiesto aiuto, aver ricominciato, aver diviso il lavoro in tre sere: sono cose sue, che può rifare. Il talento non è una cosa che può rifare.
- Niente superlativi e niente confronti. «Il più bravo della classe» mette il suo valore nelle mani degli altri, e nel giorno in cui uno fa meglio di lui non gli resta niente.
- Fai il paragone con lui di un mese prima. «Rispetto a settembre, questa parte adesso la fai senza chiedermela.» È un confronto che dipende solo da lui e che si può ripetere.
- Fai sentire come racconti i tuoi risultati. Quando ti va bene, di’ anche che cosa hai fatto per arrivarci e chi ti ha aiutato; quando ti va male, di’ che cosa non avevi preparato invece di dare la colpa agli altri. Imparerà da lì più che dalle tue lodi.
Se si è chiuso in casa. Riconosci il tentativo anche se non riesce: «ho visto che ti sei vestito per uscire».
Cosa evitare
Non chiudere con la promessa «impegnati e i risultati arriveranno»: non è vero sempre, e il giorno in cui si impegna e va male hai perso credibilità proprio quando serviva. Ed evita di lodare l’impegno come premio di consolazione dopo un brutto voto: si sente, e vale meno di niente.
Quando chiedere aiuto
Il segnale non è quanto è severo con sé, ma il fatto che nessun riconoscimento attacchi più: se qualunque cosa tu gli dica cade nel vuoto, se parla di sé in modo stabile («sono fatto male», «sono un esperimento fallito») invece che reattivo, e se questo dura da due settimane quasi tutti i giorni, con perdita di interesse anche per ciò che prima gli piaceva.